Biblioteca Civica Bertoliana

Novità

Bestiola

Bestiola

Sono sedici anni che Mirtilla e Purè vivono insieme al protagonista di questa storia: è grazie a loro che lui ha imparato ad allargare i confini del proprio io, a prendersi cura e a proteggere. Nel nostro tempo e in una città come Milano, dove tutto è corsa sfrenata al profitto e alla performance, i due gatti sono diventati un contro-incantesimo ai ricatti delle piattaforme. Un antidoto che lo riporta a una realtà di contatto pelle a pelle, a ciò che viene prima del linguaggio, dei ragionamenti, delle strategie per vincere. Ma quando Mirtilla muore, ogni cosa deflagra: come si fa a trovare un posto al dolore, in assenza di riti condivisi? Che forma dare a un lutto clandestino, a cui non è concessa legittimità? Per celebrare questa esistenza ritenuta minore, il protagonista, dopo un letargo di tre anni e in balia di precarietà e traslochi, si rimette a scrivere: perché lei splenda ancora e il vuoto non si mangi tutto. Accanto a Mirtilla, altre presenze vivide affollano le pagine, guardiani di soglie e creature liminali: Jofi, la chow-chow che Freud portava sempre alle sedute; il terranova Carlo, complice muto di Emily Dickinson; Korasek, l'inseparabile corvo della biologa Simona Kossak. E l'animalità diventa una chiave attraverso cui raccontare la differenza di classe, la neurodivergenza, le ferite narcisistiche e le tante forme possibili di famiglia. Con una scrittura che non risparmia nulla e illumina l'inammissibile e la vita nascosta, in Bestiola Jonathan Bazzi trova le parole più intime e radicali per ciò che siamo abituati a lasciare che ci stravolga in silenzio. Rivendicando l'anomalia, ci consegna una storia stratificata e ibrida, umana e animale insieme, e una piccola etica della tenerezza. Aprirsi all'altro non umano, qui, non è semplice consolazione: diventa il solo modo che il protagonista trova per restare al mondo, bestia tra le bestie, fidandosi solo della pelle.

La nostra giovinezza

La nostra giovinezza

Un romanzo-documento, uno sguardo in prima persona, un linguaggio letterario brutale e impietoso. Il racconto abbacinante del mondo dei giovani neofascisti. In questi anni, un giovane che frequenta le scuole superiori si accosta a una piccola sezione politica. All’esterno nessuna insegna, bisogna piegarsi per superare la saracinesca e poi lasciare i cellulari su uno scaffale. In alto, su una parete, tre foto. A destra, isolato, Léon Degrelle, politico e militare belga, fondatore del movimento rexista, collaborazionista del nazismo, mito della lotta al comunismo. Più al centro Corneliu Zelea Codreanu, politico romeno, santo guerriero, mistico e spirituale, martire del nazionalismo radicale. Accanto c’è Benito Mussolini. Degrelle e Codreanu hanno il nome stampato sotto. Mussolini non ha bisogno di didascalie. La nostra giovinezza racconta in prima persona la passione che muove un ragazzo di un’associazione neofascista. È il romanzo autobiografico di uno scrittore di ventiquattro anni, inaspettato, duro, disturbante, che spinge il lettore dentro una realtà in cui è vietato distrarsi e la vita quotidiana, la famiglia, la scuola, gli amici, restano fuori. «Questa non è la giovanile di un partito, dove contano solo i selfie e i sorrisi ai comizi. Dei sorrisi ce ne freghiamo. Dobbiamo studiare. E combattere». Preparazione continua, discussioni di geopolitica, filosofia, organizzazione di dibattiti, stesura di articoli. Non interessa il gioco democratico, non interessa il compromesso. «Siamo una milizia. E le nostre armi sono lo studio, la formazione, la memoria». La nostra giovinezza mostra il fascino e l’attrazione della politica spogliata di ogni ornamento: il bisogno di appartenenza, il vuoto che chiede di essere riempito, la fame di esserci, di contare qualcosa. Il protagonista non ha nome: aderisce, obbedisce, si trasforma. Grazie a regolamenti, prove fisiche, regole non scritte, rituali, punizioni. In quella fatica, in quel dolore, esplode l’energia di un adolescente pronto ad accettare la sfida: cambiare se stessi, uccidere la noia, abbattere il sistema. Perché le rivoluzioni passano dai ribelli.

Otto ragazze

Otto ragazze

Quando arriva a Villa Debora, una villetta Liberty un po' sfiorita nel cuore di Milano, Argenta ha quattordici anni ed è pronta a prendere parte con vivida curiosità al progetto a lungo sognato dalla madre Sara: la casa diventerà infatti un esperimento di co-residenza per sole donne, un modello di abitazione condivisa ideale, dove sostenersi a vicenda e prendersi cura l'una dell'altra. Mentre la casa, abbandonata da anni, viene sistemata e ripulita a fondo, arrivano le prime ospiti, donne sole o in difficoltà. Tra loro ci sono Valeria, in fuga da un marito violento, e sua figlia Adele, che ha la stessa età di Argenta, eppure le due ragazze non potrebbero essere più diverse. Argenta è timida, stravagante, “un incrocio tra un'attrice adolescente che si stava disintossicando e la reincarnazione di una hippie”, mentre Adele è rumorosa e sincera fino alla brutalità: l'iniziale insofferenza reciproca, però, si trasforma via via in amicizia. Le ragazze diventano sempre più complici mentre, sotto la guida di Sara, le donne della casa lavorano, fanno l'orto, cucinano insieme e si offrono supporto: sembra la realizzazione di un'utopia, ma quando questo equilibrio apparentemente perfetto comincia a vacillare, Argenta e Adele per la prima volta sono costrette a interrogarsi sulle regole della casa dettate da Sara, e in generale sul rapporto con le proprie madri. A osservarle, a proteggerle, a custodire i loro segreti e i propri, a raccontarle con uno sguardo divertito e partecipe, è proprio Villa Debora. Dopo il grande successo del suo romanzo d'esordio, "Il cognome delle donne", Aurora Tamigio torna a esplorare le relazioni fra donne di età diverse per raccontare come le nuove parentele stiano cambiando le famiglie, consegnandoci l'intensa storia di legami per scelta.

Santa Barbara

Santa Barbara

Nel paese di Capurso c'è una Santa che legge il cuore delle donne e sembra disposta a esaudirne i desideri piú efferati: è qui che si intrecciano le vite di due famiglie destinate a diventare una sola, e le storie di una comunità che passa dalla certezza della miseria al miraggio della ricchezza. Dopo il successo di La città dei vivi, Nicola Lagioia torna a raccontare il Sud in cui è nato, usando i codici della saga famigliare per modellare un'opera del tutto personale, profondamente contemporanea. Per ogni sguardo che gettiamo all'indietro, ci dice questo libro, ne troviamo un altro che dal passato ci interroga. E chiede conto della nostra ambizione e delle nostre paure, dei nostri amori e dei nostri tradimenti, dell'illusione di essere destinati a qualcosa di grande, di quanto in là siamo disposti a spingerci per diventare ciò che vogliamo. Ci sono momenti della vita che somigliano già a ricordi, o a presagi: momenti in cui sentiamo scorrere le forze violente e senza nome che definiscono il nostro destino. Nunzia Battista, il suo destino, l'ha visto una sera mentre il sole tramontava sulle gravine - era un'immagine nitida, elettrizzante: un collier di diamanti. Forse una premonizione, forse un desiderio cosí forte da diventare per lei il motore di ogni futura decisione, di ogni pensiero, di ogni silenzio. Santa Barbara è innanzitutto la storia di una donna che vuole piú di quello che la vita sembra offrirle, e delle azioni a cui è disposta per realizzare la sua brama. Ma è anche la storia di Nicola, l'uomo che la sposerà e proverà ad abbandonarla, e del figlio Domenico, che erediterà quella stessa fame e fonderà la sua fortuna sul sapere antico delle ricamatrici della zona. È la storia di altri uomini e altre donne a cui la volontà rapace di Nunzia - o quella della Santa ribelle a cui lei rivolge le sue preghiere dissennate - ha assegnato un ruolo nel compimento del suo destino: chi la amerà, chi la tradirà, chi darà fuoco alla sua rabbia, chi rischierà tutto, chi dovrà morire. Dopo La città dei vivi, Nicola Lagioia torna in Puglia per raccontarci mezzo secolo di passioni e tradimenti, madri e figli, fame, talento e ricchezza, il roteare di una giostra. Lo fa con una scrittura mobile e tesa che attraversa il tempo come un vento: corre, si placa, soffia, s'infiltra nelle case, nelle voci, mescola le piccole miserie e i grandi fatti, passa veloce attraverso gli anni, scompiglia i giorni, solleva il fumo delle braci, lo fa danzare e con quello disegna visioni, fa sventolare i capelli, le gonne e le bandiere, per trasformarsi in un canto di sirena, nella voce della Santa. Quella Santa Barbara che ha nascosto il suo cuore in un angolo del paese, in attesa che un bambino dall'animo puro possa ritrovarlo, toccarlo, farlo parlare. Sarà Domenico questo bambino? Oppure Anna, Stella, Vito, Filippo, Ninuccio? O forse un bambino che ancora non esiste, e che dal futuro osserva, attende di essere messo al mondo per esaudire un desiderio, rompere una maledizione, raccontare una storia.

Il quartetto

Il quartetto

Quando Eng e Chang Bunker arrivano dal Siam nella contea di Wilkes nel 1839, non sono solo una curiosità: diventano un vero e proprio fenomeno. Tutti vogliono sapere se le voci scandalose su di loro siano vere. Nel giro di pochi mesi, i gemelli siamesi aprono un emporio, acquistano terreni e iniziano a costruire una piantagione. Si dice che stiano cercando moglie, e in un luogo che vive di pettegolezzi e tradizioni, le loro ambizioni scuotono l'intera comunità. Sarah e Adelaide Yates, figlie di una famiglia locale un tempo influente ma caduta in disgrazia a causa di uno scandalo, vengono attratte nella loro orbita. Adelaide, audace e bellissima, vede nella fama dei gemelli un'opportunità per riscattare il proprio futuro. Sarah, riservata e riflessiva, è più titubante: sposarli significherebbe accettare un'esistenza a quattro, condivisa fin nell'intimità, sotto lo sguardo indiscreto e spietato di un'intera contea. Quando le loro vite si intrecciano con quelle dei fratelli Bunker, le due sorelle devono fare i conti con lealtà, desideri e unicità in un mondo in cui tutto – dalla provenienza alla classe sociale, fino al genere – è rigidamente definito. Attraversando cinque decenni e ambientato sullo sfondo di una nazione frammentata e in corsa verso la guerra, Il quartetto è al tempo stesso intimo ed epico: una storia di amore e costrizioni, identità e reinvenzione, ispirata alla vicenda reale delle sorelle Yates, lontane cugine dell'autrice, che sposarono i fratelli Bunker, per i quali fu creato il termine “gemelli siamesi”. Dopo il successo di Le esiliate, Baker Kline dà vita a un capitolo dimenticato della storia americana raccontando un matrimonio complesso che sfida ogni confine.

Mani sbagliate

Mani sbagliate

In una Blackpool stancamente turistica, teatro di scorribande criminali e rifugio di senzatetto, i detective Declan Miller e Sara Xiu, costretti a lavorare insieme, imparano a conoscersi mentre si trovano a risolvere un caso bizzarro. Due ladri da strapazzo sono entrati in rotta di collisione con il temibile Wayne Cutler, ritrovandosi in possesso di una valigetta che contiene le mani mozzate di un rivale troppo intraprendente. Cutler ha commissionato l'omicidio a un killer metodico, dai mille nomi e con la passione delle liste, che adesso è sulle tracce di uno dei due ladri, il quale pensa bene di consegnare la valigetta a Miller. Inanellando una serie di mosse pericolose e come al solito poco ortodosse, il detective si mette in cerca della verità, sostenuto dalle conversazioni notturne con il fantasma della moglie Alex, che chiede ancora giustizia. Così le indagini sul proprietario delle mani mozzate lo portano dal mondo dei panini con la salsiccia a quello delle squallide pensioncine sul lungomare, per poi ricondurlo alla sala da ballo gestita dall'ex drag queen Ralph Massey, arcirivale di Cutler, il quale, forse, gli rivelerà cos'è successo la notte in cui Alex è morta. Senza mai perdere il senso dell'ironia surreale che lo contraddistingue e l'amore per... il foxtrot. Mark Billingham, uno dei più rinomati giallisti britannici, colpisce ancora con Mani sbagliate: un meccanismo narrativo perfettamente oliato sorretto da un ritmo forsennato e da una serie di dialoghi esilaranti. Con la consueta vena di sarcasmo, il detective Declan Miller è tornato.

Un ospite alla festa

Un ospite alla festa

Campi verdi e scogliere battute dal vento, l'Irlanda può sembrare un paradiso naturale sempre identico a se stesso. Ma, tanto a Dublino quanto nei piccoli centri, la società cambia, e di questi cambiamenti Colm Tóibín è un testimone lucido e appassionato, con un piede in patria e uno all'estero. Evocando gli scandali che hanno fatto vacillare la chiesa cattolica, alcune traversie personali, ricordi dolorosi e incontri inaspettati, l'ospite si piazza al centro della festa e, con nostalgico affetto e spietata onestà, non nasconde sotto il tappeto le peggiori magagne sue e dei padroni di casa. Nato in un mondo imbavagliato dalla censura e dalla religione, Colm Tóibín ha visto romanzi proibiti uscire dai nascondigli e approdare sugli scaffali delle librerie, e preti rispettati passare dalle aule di un collegio a quelle di un tribunale. In questa raccolta di saggi, pennellata dopo pennellata, tratteggia proprio i drastici cambiamenti avvenuti in Irlanda nel giro di pochi decenni. Sotto i suoi occhi, il mondo rigido del passato, in cui un festival musicale bastava a scandalizzare un'intera cittadina, si è aperto alla modernità e al dibattito. E lui stesso, ex studente di un collegio cattolico, non esita a dire la sua, segnalando le ipocrisie e i gravi errori di quella chiesa che in Irlanda ha avuto e continua ad avere un peso enorme. Se le figure di tre papi - Karol Wojtyla, Joseph Ratzinger e Jorge Mario Bergoglio - dominano le pagine centrali di questa raccolta, altri saggi hanno un carattere decisamente piú intimo. Da grande scrittore qual è, Tóibín prende una diagnosi infausta e, con tutti i tormenti fisici e mentali che ha causato, la trasforma in un'epica avventura a lieto fine capace di strappare piú di una risata. Poi, andando indietro nel tempo, rievoca l'infanzia a Enniscorthy, sonnolenta cittadina ricca di storia, la giovinezza a Dublino tra bevute e giornate a zonzo, e la perdita della madre, un'avida lettrice autodidatta che se n'è andata lasciando sul comodino una pila di libri da finire. A chiudere la raccolta, che offre una selezione dei testi contenuti in A Guest at the Feast (2022) voluta dallo stesso autore, è un omaggio alle bellezze artistiche di Venezia, visitata in un periodo spettrale in cui la pandemia di Covid ricreava involontariamente atmosfere alla Thomas Mann.

La moglie del partito

La moglie del partito

Il 14 luglio 1948 l’Italia si trova a un passo dalla guerra civile: Palmiro Togliatti, segretario del PCI, è gravemente ferito in un attentato. Mentre il paese è in fibrillazione, il partito deve affrontare un ulteriore problema: accanto a lui c’è la nuova compagna, Nilde Iotti, con cui ha un legame forte e ormai di dominio pubblico, ma ancora mal digerito dalla base del PCI e dalla moglie, Rita Montagnana che, anche lei, accorre al capezzale del ferito. Rita è una militante attiva e determinata. Protagonista delle lotte operaie a Torino nel 1919-1922, impegnata nella direzione clandestina del partito, ha seguito Togliatti, sposato nel 1924, a Mosca, in Francia, in Spagna e di nuovo in URSS. Tornata a Roma nel 1944, sembra avviata a una carriera di successo: entra negli organismi dirigenti del PCI, fonda l’Unione donne italiane, è tra le 21 donne elette alla Costituente, diventa senatrice nel 1948. Ma già nel 1953 non viene confermata e nel 1956 è esclusa dalla direzione del partito. Su questa parabola discendente pesano molti fattori, soprattutto – ma non solo – la malattia del figlio Aldo che accudisce per anni. È emarginata perché Togliatti ha una nuova ‘moglie’ o perché, pur essendo una dirigente capace e molto amata, appartiene a una generazione a disagio nel ‘partito nuovo’? Nel 1963 torna a Torino e vive in disparte fino alla morte, legata solo ai compagni di un tempo e a un mondo sempre più autoreferenziale. Non racconta mai la propria eccezionale vita, contribuendo così all’oblio che la avvolgerà.

Lady Oracolo

Lady Oracolo

"La mia morte l'ho progettata con attenzione, a differenza della mia vita che ha vagato tortuosamente da una cosa all'altra, malgrado i miei deboli tentativi di controllarla". Joan Foster ha passato la sua vita a scappare: da una madre soffocante ed esigente, da un marito affascinante ma fragile, da un'identità segreta come autrice di successo di romanzi di genere. Dopo aver inscenato un finto suicidio per abbandonare il Canada in incognito, Joan si rifugia in un pittoresco paesino italiano, Terremoto, dove tenta di sbrogliare una volta per tutte la matassa ingarbugliata del proprio passato. La sua vita si è infatti dipanata lungo le direttrici più disparate, rivelando un insieme di identità eterogenee: la bambina grassa e la donna dalla fatale chioma vermiglia; la moglie timida e l'amante folle; l'impegnata poetessa femminista e la scrittrice di romanzi gotici; la vittima di soprusi maschili e la subdola ingannatrice… Di specchio in specchio, di fuga in fuga, Joan mescola la vita reale alle avventure fantastiche delle sue eroine, in un carosello sempre più serrato di personificazioni e personaggi: fino a che, stanca dei travestimenti, nel tentativo di giungere al nocciolo della sua vera identità, non compie l'azzardo estremo: recuperare la vera se stessa al di là di ogni maschera e apparenza. Ma esiste davvero, un'unica e vera Joan Foster? E cosa resta ora di lei, oltre alle forme che ha indossato? Terzo romanzo di Atwood a lungo introvabile in Italia, Lady Oracolo è un capolavoro di ironia e brillantezza, ribaltamenti inaspettati e riflessi caleidoscopici, in grado di trattare con maestria insuperabile temi attualissimi e immortali quali la costruzione del sé, la fama, il corpo, l'identità, la parodia, la menzogna che trascolora in finzione e la finzione che riesce a diventare, finalmente, realtà.

Canto del cigno

Canto del cigno

«Ogni volta che mi viene chiesto "Com'è stato crescere con Diana?", il mio primo pensiero è sempre: "In realtà, io non so come sarebbe stato non crescere con lei..."». Nel settembre del 1997 Charles Spencer salì sul pulpito dell'abbazia di Westminster per esprimere, davanti al mondo intero, tutto il suo dolore per la perdita dell'amata sorella Diana. Oggi, a quasi trent'anni di distanza, racconta da una prospettiva straordinaria la vita di Diana e la tragica settimana che seguì la sua morte. Durante l'infanzia, Charles e Diana, i più piccoli della famiglia Spencer, erano inseparabili: Carlos e Duch - così si chiamavano in segreto tra loro - erano i più intimi confidenti l'uno dell'altra. Insieme, avevano giocato liberi nella tenuta di famiglia e affrontato le angherie di bambinaie dispotiche, sostenendosi sempre a vicenda anche nei durissimi anni del collegio e durante il lacerante divorzio dei genitori. Tutto cambiò quando Diana sposò il principe del Galles, oggi re Carlo III, e dalla sera alla mattina divenne un'icona globale. Charles vide la sorella maggiore mettersi al servizio degli emarginati del mondo e assaporare le gioie della maternità con i suoi amatissimi figli. Tuttavia, perseguitata da giornalisti senza scrupoli quando il suo matrimonio fallì, Diana venne lasciata tragicamente sola. Charles è sempre stato al suo fianco, fino a quella drammatica notte di agosto del 1997. In Canto del cigno, Charles Spencer ci offre il più intimo, affettuoso e onesto ritratto mai scritto della principessa Diana, sua sorella.

Le voci degli altri

Le voci degli altri

Questo libro è un incontro con chi sente di essere trasparente e dimenticato e non capisce come sia possibile. C'è stato un momento in cui abbiamo smesso di vedere le persone intorno a noi, in cui abbiamo smesso di ascoltarle e ci siamo chiusi nella nostra bolla, convinti che questo ci garantisse una vita più tranquilla e sicura. I segni di questo cambiamento, la fine dell'empatia e la costruzione di muri non solo fisici ma anche emotivi, si leggono nella politica, nell'informazione e nei comportamenti collettivi in ogni angolo del mondo. Non è successo all'improvviso, ma in un percorso in cui la diffidenza è diventata un ingrediente fondamentale delle nostre vite. Ci è stato raccontato che non era necessario fare la fatica di mettersi nei panni degli altri, anzi, che fosse pericoloso e da evitare. Intorno a noi, però, hanno cominciato a crescere solitudine e indifferenza, e il paesaggio si è riempito di macerie. Questo libro è un incontro con chi sente di essere trasparente e dimenticato e non capisce come sia possibile. Una nonna rimasta l'unica italiana nel suo palazzo popolare, spaventata da un mondo che non comprende, e una bibliotecaria che si confronta con una bambina che non trova nessun libro in cui sentirsi rappresentata. Una donna che si occupa di dare un'identità ai morti che non hanno un nome e, senza saperlo, regala una risposta a due sorelle sospese in un dolore lungo vent'anni. Un uomo che passa la vita cercando di scoprire chi abbia ucciso suo padre e, dopo anni di indifferenza, riceve un regalo anonimo che gli dona serenità. Un ragazzo che trova speranza nel rinunciare all'odio che gli spetterebbe, e riconquista così la libertà. E, infine, un uomo che ha speso gran parte della sua vita dentro le mura della Città Vecchia di Gerusalemme, che ha visto il tempo della speranza e quello della disperazione, e che in una terra sfigurata dall'odio continua a cercare spiragli di luce e umanità. Mario Calabresi va alla ricerca di quelli che si mettono in gioco, che costruiscono ponti e scommettono senza avere bisogno della certezza di vincere. Un racconto che ci porta nel mondo, anche dove la speranza sembra assente, ma esiste uno sguardo che cerca tenacemente di vedere gli altri.

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