Biblioteca Civica Bertoliana

Novità

Il cuore non va a dormire

Il cuore non va a dormire

C’è un’età in cui ogni cosa brucia, soprattutto l’amore. E ce n’è un’altra in cui persino l’amore sembra uno sbaglio. Ma per quanto tu possa provare a nasconderti o a scappare da te, il tuo cuore non si lascerà ingannare. Il cuore a volte tace, ma non va mai a dormire. Sasha ha sedici anni, un’anima inquieta e un segreto. Quando arriva il supplente di diritto – quello strano, che parla solo d’arte – per la prima volta si sente vista davvero. Con lui costruisce un linguaggio intimo, che le consente di dire ciò che non riusciva a dire. Finiscono per innamorarsi. Ma il professore sa che non possono concedersi questo sentimento. Lei invece non capisce. Alessandra ha più di quarant’anni e un’esistenza che sembra senza scossoni: un marito, una figlia, il parquet nuovo, un bel lavoro. Un giorno è chiamata a fare una perizia sul murale di un famosissimo artista la cui identità però è ignota e che da tempo era sparito. Di fronte al murale, qualcosa in lei si spezza. Una voce che credeva di aver sepolto è tornata, e lei non può più ignorarla. Sasha e Alessandra ancora non lo sanno, ma presto si incontreranno là dove per entrambe si apre una crepa. Nel suo romanzo più toccante, Enrico Galiano ci ricorda che l’amore non chiede mai il permesso. Che ci spaventa proprio perché ci rivela. Che più è forte e meno riusciamo a guardarlo negli occhi. «Perché il corpo lo sa sempre. Lo sa quando incroci quello sguardo e ti senti vista per la prima volta. Lo sa quando appoggi le dita su una tela ruvida e ti senti toccata. Lo sa quando dentro di te qualcosa si è rotto, o si è appena aggiustato. Lo sai. Lo sai sempre. Lo sai quando lo guardi e non lo ami più. Lo sai quando dietro un sorriso c’è un addio, e quando dietro un addio c’è un: resta, resta, ti prego. Lo sai che rumore fa la vita, quando accade».

La notte nel cuore

La notte nel cuore

Nathacha, Emma e Chahinez hanno attraversato la notte più nera, quella in cui l'amore diventa controllo, possesso, annientamento. Tutte e tre hanno provato a fuggire dai loro compagni violenti, per salvarsi. Solo una può raccontarlo. "La notte nel cuore" ci parla con una voce piena di forza, urgenza e poesia. Una voce che è necessario ascoltare. «Nathacha Appanah ha trovato le parole per dire l'impronunciabile, mostrando così la forza della letteratura» («Elle») Nel maggio 2021 Nathacha Appanah apprende dell'omicidio della giovane Chahinez Daoud, avvenuto a Mérignac, nei pressi di Bordeaux. L'ex marito l'ha spiata, inseguita, braccata, le ha sparato alle gambe e l'ha bruciata viva in strada, a pochi metri da casa sua. La morte di Chahinez risveglia in Appanah un dolore che viene da lontano: la perdita della cugina Emma, brutalmente assassinata dal marito a Mauritius nel 2000. E riapre una ferita personale, profonda. È una storia che l'autrice non ha mai raccontato, a cui ha evitato di pensare a lungo. Una storia che adesso bisogna scrivere. Perché per poter restituire la voce a Emma e Chahinez, condannate per sempre al silenzio, Appanah deve partire da sé stessa, da quella ragazza che dai diciassette ai venticinque anni ha avuto una relazione con un uomo geloso, possessivo, violento, che l'ha abbindolata, isolata da tutti, piegata, asservita. E quasi uccisa. Appanah si affida a queste pagine ripercorrendo la propria esperienza, mentre ricostruisce le esistenze di Emma, moglie e madre imprigionata in un matrimonio senza via d'uscita, e di Chahinez, che aveva avuto la forza di divorziare, di ricominciare, di lasciare l'Algeria sperando in un futuro migliore per sé e i figli in Francia. A queste donne, oppresse dal controllo di uomini incapaci di rispettare le loro scelte e la loro indipendenza, Appanah dedica la sua lotta contro l'oblio che troppo spesso circonda i femminicidi. Capitolo dopo capitolo, esamina le narrazioni della stampa, della giustizia, dei colpevoli, riferisce i ricordi di famigliari e amici, analizza le dinamiche della violenza cercando di portare alla luce il meccanismo fatale in cui sono rimaste intrappolate Emma e Chahinez. Con parole limpide, precise, di una bellezza struggente, Nathacha Appanah intreccia la sua verità a quella di Emma e Chahinez, attraversando la notte che nei loro cuori ha preso il posto dell'amore.

L'inverno della levatrice

L'inverno della levatrice

Maine, villaggio di Hallowell, una notte d’inverno del 1789. Il fiume Kennebec è quasi completamente ghiacciato, invaso da micidiali lastroni che tagliano come cristallo. Prima di chiudersi nella loro gelida prigione, le acque restituiscono il corpo di Joshua Burgess, con gli abiti che ancora lo avvolgono come petali di un grande tulipano appassito. A esaminare quel cadavere gonfio e martoriato viene convocata Martha Ballard, la levatrice del villaggio, colei che facilita le nascite, che ascolta i corpi dei malati e se ne prende cura. E il corpo di Joshua Burgess parla, e dice che la morte non è arrivata solo per acqua, ma anche per corda: qualcuno potrebbe aver impiccato Burgess, prima di gettarlo nel Kennebec. Anche se poi il dottore, dall’alto della sua competenza, esprime il suo parere contrario e senza appello: è stato un incidente. Burgess, tuttavia, non può essere morto per una banale imprudenza. Oltre a Martha, in tanti pensano che meritasse una punizione, soprattutto dopo l’oltraggiosa violenza ai danni della giovane Rebecca. Martha aveva raccolto per prima quella terribile confidenza e l’aveva trascritta nel suo diario, come sempre fa con i racconti che le vengono affidati: perché non vadano perduti, perché le mura di casa non proteggono le madri, le sorelle, le figlie. Comincia così un’estenuante ricerca della verità per la levatrice Martha Ballard, armata solo delle sue parole contro i pregiudizi di una società che non intende ascoltarle. Con una prosa tesa e delicata, Ariel Lawhon racconta di una donna indomita e della sua instancabile battaglia per la giustizia. Un’eroina misconosciuta, mai finora celebrata, che ebbe l’ardire di levarsi in difesa dei più deboli, cambiando per sempre la storia di un’America che stava ancora muovendo i suoi primi passi.

La niña de oro

La niña de oro

In un angusto appartamento di una grigia Buenos Aires viene ritrovato un cadavere, rigido da settimane e che porta segni di tortura. Appartiene al professore di biologia Aníbal Doliner, noto tra i colleghi del liceo per essere un tipo solitario, ai limiti della misantropia. Il caso si preannuncia alquanto inquietante, oltre che difficile, perché il professore era dedito a una insolita scienza, la teratologia, lo studio delle anomalie e delle malformazioni corporee, e vi si dedicava maniacalmente nel tentativo di produrre «mostruosità». Per l’indagine non basta dunque solo raccogliere indizi ed esaminare la lista dei testimoni, spesso personaggi singolari. Ma è necessario anche sondare, penetrare nell’enigma delle ricerche perverse della vittima. Come, quando, perché si procurava i suoi esemplari; soprattutto uno, un ragazzo albino, Copito, bello e delicato come un fiocco di neve, chiamato la Niña de Oro. E sono quesiti che conducono dentro mondi sotterranei in cui traffici, stregonerie, sesso e vite bizzarre si incrociano. Guida l’inchiesta la sostituta procuratrice Silvia Rey, affiancata con non troppa intesa dal viceispettore Osvaldo Carrucci. I due, l’inquieta Silvia e lo spavaldo Carrucci, incarnano con i loro caratteri la duplice logica dell’investigazione: tante piste convenzionali che si aprono, seguono il loro percorso, sembrano sciogliersi, ma poi urtano come falene abbagliate contro un centro di mistero inscalfibile, che è insieme repellente e magnetico. Pablo Maurette si rivela al lettore italiano un costruttore di trame vertiginosamente ingegnose, debitrici di una propensione al realismo magico con punte di orrore. La Niña de Oro è un giallo dalla sofisticata precisione narrativa in cui non mancano colpi di scena, personaggi e atmosfere degni di un film di David Lynch: le istituzioni non funzionano, la polizia ostacola le indagini, mentre il soprannaturale si insinua serpentino nel quotidiano. Nella Buenos Aires di Silvia Rey, i misteri possono essere risolti, ma non sembra esserci posto per la giustizia.

L'uomo vestito di arancione

L'uomo vestito di arancione

Irriverenze, giochi di parole, «sudicerie» oltre il politicamente corretto, cinismo miscredente, curiosità e maldicenze: i vecchietti del BarLume proprio non ce la fanno a farsi gli affari loro. Ogni notizia finisce per essere vivisezionata dalle loro malelingue, mentre Massimo, il barrista, tenta di arginarli. Così nasce la squadra investigativa di Pineta inventata da Marco Malvaldi nelle sue storie gialle rese irresistibili dall’umorismo corrosivo in toscanaccio. In questi sei racconti, pubblicati per la prima volta nelle antologie poliziesche di questa casa editrice, nonno Ampelio, Aldo, il Rimediotti, il Del Tacca del Comune, Massimo e la socia Tiziana, sono alle prese con sei enigmi costruiti a regola d’arte. A Pineta o in viaggio, che si parli di recessione e crisi economica o di calcio femminile la squadra di investigatori dilettanti, tra una battuta e una bestemmia, bugie e reticenze, allusioni e intromissioni, riesce sempre a rimettere insieme i pezzi di un puzzle complesso sotto lo sguardo un po’ incredulo un po’ soddisfatto della vicequestore Alice Martelli. Marco Malvaldi ci riporta nel posto del cuore: Pineta, luogo immaginario della costa toscana in provincia di Pisa, lì dove tutto accade, soprattutto gli omicidi. I gialli della serie del BarLume sono la nostra madeleine: si torna sempre nei luoghi in cui si è stati bene e in questo caso ritrovare i vecchietti con la loro simpatia e il loro cinismo, le “prese in giro” e le atmosfere canzonatorie a cui Malvaldi ci ha abituati, ci fa subito sentire a casa.

Gli avversari

Gli avversari

È un inverno di inizio Ottocento e da settimane i villaggi costieri della remota isola di Terranova sono spazzati da un'epidemia di febbre. Campi e colline sono ricoperti di neve e sterminati lastroni di ghiaccio oziano lungo le rive. A Mockbeggar si stanno celebrando le nozze tra la figlia di un ricco mercante e Abe Strapp, l'uomo più potente e temuto del litorale, incarnazione di una dissolutezza feroce. Ma l'ingresso in chiesa della Vedova Caines - cuore arido e intelligenza rapace, scandalosamente vestita nei consueti abiti maschili - manda a rotoli il matrimonio: la donna, sorella dello sposo, svela le sue nefandezze e accende la miccia di una faida che divorerà la comunità intera. La rivalità commerciale tra i fratelli, titolari delle due maggiori compagnie mercantili della regione e contrapposti da un odio che risale all'infanzia, si traduce in un conflitto marcato da continue violenze, imbrogli, naufragi di uomini e fortune; una guerra che inghiotte nel suo gorgo innocenti e colpevoli, figure che brillano e si spezzano come vetro nel gelo nordatlantico. Passano gli anni e, mentre Abe si trascina in un'indolenza viziosa scandita da bevute, risse e battute di caccia, la Vedova Caines scivola in un isolamento vigile, dove l'odio matura lento. In questa terra lontana piagata dalle burrasche e dalle incursioni dei corsari il maggior pericolo non arriva dal mare, ma dal cuore umano, imprevedibile e famelico. Storia di tregenda, di passioni sulfuree e di affetti innocenti destinati alla rovina, "Gli avversari" è un romanzo cupo, impietoso, attraversato da un umorismo nero e abitato da personaggi che restano incisi nella memoria.

L'amore non basta

L'amore non basta

Nel 1984 il commissario Michele Balistreri è stato distaccato, per punizione, in Sardegna, presso la questura di Nuoro, per occuparsi della terribile piaga dei sequestri di persona. Il primo caso che affronta è il rapimento di una bambina del luogo poi ritrovata morta dentro un nascondiglio sotterraneo, il secondo riguarda il figlio di una coppia molto ricca, il cui padre è a capo di una potente famiglia di palazzinari romani che ha legami con la malavita. Dietro a entrambi i casi ci sarebbero i pastori di Orgosolo e un sistema basato su leggi non scritte in cui la vendetta è autorizzata. Coi suoi metodi duri e sbrigativi, Balistreri indaga tra le gole della Barbagia e i lussi della Costa Smeralda insieme al giovane agente sardo Filippo Martiradonna, il suo opposto: fatalista, pacifista, tutto casa e famiglia, sposato con Grazia, una giovane donna barbarigina – cresciuta nella povertà e nella sopraffazione maschile – che vuole dare una svolta alla sua vita, a qualsiasi costo. I rapporti tra Balistreri e la coppia innescano una miscela esplosiva dalle conseguenze tanto impreviste quanto fatali, scatenando una reazione a catena di inseguimenti e sparatorie, faide e tradimenti, che si lascia dietro una lunga scia di sangue. In un tumultuoso susseguirsi di colpi di scena, Balistreri risolverà il caso squarciando il velo su una verità inaspettata e sconvolgente, che lo porrà davanti al suo peggiore incubo: il dilemma tra rimpianto e rimorso, tra verità e giustizia. Quarant’anni dopo, il commissario, ormai ultrasettantenne, intraprenderà un viaggio in auto da Lampedusa fino all’estremo Nord dell’Europa per scoprire l’ultimo lembo di verità, quello che solo il tempo può rivelarci. Un grande thriller che rilancia il mito del più controverso e tormentato detective italiano, l’uomo che nessuna donna vorrebbe accanto per tutta la vita e tutte per una notte, e che ogni altro uomo vorrebbe essere ma solo per un giorno. Un’indagine adrenalinica, nessun buono, tutti cattivi, a partire da Michele Balistreri.

Mai stanca di vivere

Mai stanca di vivere

"Intessuta nel fil di ferro", decisa e orgogliosa, ma anche sensibilissima all'innesco delle passioni: Oriana Fallaci è stata protagonista e voce narrante di un pezzo del nostro Novecento. A plasmarne il carattere è l'infanzia, trascorsa in un rione popolare di Firenze. Quel quartiere tanto verace, abitato da "toscanacci", è la prima scuola di vita per Oriana. La famiglia è povera, ma a rendere più sopportabile la miseria ci pensa la lettura, "mangiavamo pane e libri" dirà, ricordando quei giorni. Figlia di un padre convintamente antifascista, a soli quattordici anni diventa staffetta partigiana, nasconde dentro cespi di verdura armi e volantini, la sua specialità è "l'insalata farcita di bombe". Più tardi arrivano i viaggi, gli amori, la passione per la scrittura e il giornalismo, le sfide, anche quelle più ardite. Oriana si innamora della "maledetta guerra", la vuole raccontare, a partire dal Vietnam. Non sa rinunciare all'adrenalina che le infonde essere sul campo, testimoniare da vicino il farsi della Storia e i soprusi dei potenti. Non si tira indietro neppure quando le sue idee scatenano la riprovazione pubblica, le costano l'isolamento. A vent'anni dalla scomparsa di Oriana Fallaci, Riccardo Nencini, che le fu profondamente amico, ne ricostruisce la storia personale e intellettuale, sommando i ricordi a materiali d'archivio e documenti inediti. Mai stanca di vivere è il romanzo di un'esistenza eccezionale, ricca di incontri e avventure, animata sopra ogni cosa dall'amore per la parola.

Corpi e confini

Corpi e confini

Nel 2019 Sarah Aziza viene ricoverata per una grave forma di anoressia. Comincia così per lei un lungo viaggio per sconfiggere una malattia feroce che le trasforma il corpo e la mente. In quel reparto, tuttavia, la fame si rivela per Sarah solo il brontolio di una lingua aliena e la sorveglianza, le telecamere, i pasti forzati appaiono rimedi tragicamente inutili, incapaci di porre fine all'inarrestabile desiderio di “sentirsi eterea, in fuga dalla sua stessa carne”. Sarah cederebbe così alla potenza del suo male, se l'amore tenace del suo compagno e il ricordo dell'abbraccio della nonna e del morbido rifugio del suo grembo non la soccorressero. Nonna Horea è morta a Gedda, l'ultima tappa di una vita da esiliata palestinese. Ha vissuto gli espropri britannici degli anni trenta, la Nakba del 1948, la fuga da Gaza, la vita nei campi profughi, il lavoro migrante in Arabia Saudita. Il suo è stato un corpo ferito dall'esilio, eppure un corpo vigoroso, resistente, un archivio vivente di riti, ricette, cibi, benedizioni che la tenevano legata al mondo perduto, alla Palestina. Sarah invece è nata in America, sotto un cielo terso in netto contrasto con quello della nonna. Eppure, anche il suo è un corpo ferito dall'esilio. Un corpo in cui l'esilio è divenuto alienazione da sé, sradicamento non solo dalla propria origine, ma anche dai suoi desideri più nascosti. Come ritrovare l'orgoglio, quel rifiuto di arrendersi che, per decenni, hanno spinto sua nonna e suo padre a sfidare l'annientamento, trasformando la sopravvivenza in vita? Confessione, indagine storica e viaggio che dal letto di un ospedale giunge fino alle strade incandescenti di Gaza, "Corpi e confini" è un libro che brucia e consola, che interroga ciò che significa appartenere, ricordare, resistere. Un memoir indimenticabile in cui una giovane donna, palestinese d'origine cresciuta negli Stati Uniti, racconta la sua discesa nell'inferno dell'anoressia e ripercorre, a un tempo, la storia della sua famiglia gazawa, esule da tre generazioni, in un viaggio che da Gaza conduce al Midwest, a New York e ritorno. Vincitrice del Palestine Book Award 2025.

Il coraggio di essere libere

Il coraggio di essere libere

Le storie e le parole con cui alcune delle più grandi scrittrici italiane del Novecento si sono opposte alla dittatura e battute per la libertà. Nel 1943 Natalia Ginzburg affrontò con i figli un difficile viaggio verso Roma su un camion di soldati tedeschi abbandonando l'Abruzzo, in cui era stata al confino politico insieme al marito Leone: un terribile futuro li attendeva. Joyce Lussu partecipò alla lotta clandestina e poté dimostrare al marito Emilio Lussu, che non solo un rapporto di coppia era possibile, ma che poteva favorire le loro fughe. Fausta Cialente partecipò alla resistenza dai microfoni di Radio Cairo commentando gli eventi più importanti della guerra. Alba de Céspedes dovette scappare da Roma e affrontare una lunga faticosissima marcia sulle montagne, e diede voce alle donne attraverso le sue trasmissioni radiofoniche. Elsa de' Giorgi diventò scrittrice per testimoniare quanto accadeva a Roma durante il fascismo e poi durante l'occupazione tedesca tra i gerarchi e gli antifascisti. Lalla Romano aderì in Piemonte ai Gruppi per la difesa delle donne e svelò in Tetto murato i giorni speciali vissuti in clandestinità. Elsa Morante, ebrea da parte di madre, proprio nei giorni della razzia nazista del ghetto fece ritorno nella sua città nel tentativo di recuperare il manoscritto di Menzogna e sortilegio. Ognuna di loro ha lottato con ardore e una tenacia meravigliosa contro il regime per affermare la propria libertà di donna e di scrittrice.

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