Biblioteca Civica Bertoliana

Novità

Smuoverò l'inferno

Smuoverò l'inferno

Prima di Dante, Virgilio ha già attraversato l'Inferno. E l'ha fatto da solo. Da questa premessa, nascosta fra i versi della Commedia, nasce un racconto doppio, intessuto di echi e rimandi. Il Virgilio terreno sa cosa vuol dire essere diverso. Ragazzo timido, solitario, incompreso dai compagni della scuola di retorica di Roma e attratto da forze magiche a cui non sa dare un nome, è tormentato da visioni di un fanciullo sconosciuto, che a volte pare un demone meschino, più spesso un simbolo prezioso ma sfuggente. Mentre l'Urbe si lacera tra guerre civili e nuovi equilibri, Virgilio cresce senza certezze, ama senza possedere, scrive senza ambizione. Diventa il poeta prediletto di Ottaviano e, nel tentativo di donargli l'opera perfetta, si spegne. Ma la morte non è mai, davvero, la fine. Il Virgilio dell'Aldilà è perso. Nel Limbo non ha scopi, né interessi. Poi, allo scoccare dell'anno zero, una voce amica lo chiama, e gli ordina di scendere il baratro, cerchio dopo cerchio, per mutare un destino scritto sul fondo dell'Inferno. Il viaggio allora si fa avventura, fra guide menzognere, verità nascoste e dolorosi incontri. Una volta raggiunta la meta, al cospetto di un Lucifero inedito, a tratti ostile, a tratti fragile, al poeta rimane una sola domanda: può davvero un singolo uomo, con la sola forza del cuore, cambiare l'ordine delle cose? Un romanzo sfaccettato e immersivo, che riscrive il personaggio di Virgilio trasportandolo in una dimensione nuova e assolutamente contemporanea. Per chi sa che è sempre e soltanto l'amore, in fondo, a muovere il sole e le altre stelle.

C'era l'amore a Sarajevo

C'era l'amore a Sarajevo

"Il 29 febbraio saranno trent'anni. Ti aspettiamo." Non ha bisogno di altri dettagli, Carlo, una vita da inviato speciale in zone di guerra, per capire a cosa si riferisca il messaggio appena ricevuto. Gli anniversari tondi segnano un punto, favoriscono ricordi, chiamano bilanci. Ma soprattutto costringono a vedere chi eravamo, e chi siamo diventati proprio perché abbiamo vissuto certe cose. Per Carlo, i 1425 giorni dell'assedio a Sarajevo, culmine del conflitto nei Balcani che ha sgretolato la ex Jugoslavia, sono stati un crocevia emotivo senza paragoni, un intreccio di paure ma ancor più di urgenza di vivere. E così, mentre si mette in viaggio per raggiungere la capitale bosniaca e chi insieme a lui ha vissuto giorni tanto fatali per l'Europa, ripercorre i tre viaggi che nel corso degli anni l'hanno riportato in quella terra così vicina eppure così lontana, culla, prima della guerra, di una cultura cosmopolita e inclusiva e poi, anno dopo anno, simbolo di un tradimento dell'idea stessa di convivenza tra diversi. Arrivare in città sarà ritrovare se stesso, ma soprattutto chi - conoscenti e amici, tra cui Jagoda, la ragazza di un amore controverso e non consumato - ha vissuto con lui una incredibile notte in un bar, una festa segreta che fu un grido di vita e nello stesso tempo di ribellione contro l'aggressione. A trent'anni dalla fine delle ostilità nella capitale bosniaca, Gigi Riva, uno dei più autorevoli giornalisti ad aver narrato la fine della ex Jugoslavia, racconta di quei mesi un aspetto meno indagato: non la morte, ma la pulsione di vita, i sentimenti profondi che nascono nelle situazioni estreme, gli amori, le amicizie che non temono di dirsi per sempre. Come è normale che sia nell'eterno e inscindibile dualismo tra eros e thanatos. Un racconto profondamente attuale, perché nelle parole dei testimoni di allora risuonano lampanti analogie con la situazione in Ucraina o a Gaza. O in tutti i luoghi dove c'è sopraffazione dell'uomo sull'uomo.

Sinnada

Sinnada

Sardegna, anni cinquanta. In un entroterra rurale dove il tempo si misura per avvenimenti e per stagioni, una bambina, di nome Lellena, cresce ignorata dalla madre e senza un padre. Ultima di sette fratelli, sognatrice, sembra a tutti priva di voce: nulla ha da chiedere, nulla ha da spiegare. Un giorno si marchia una stella sulla fronte, come quella del cavallo che ama di più. Nel paese la cicatrice diventa non una stella ma una croce col potere della guarigione. La voce si diffonde, Lellena è una “sinnada”, una predestinata. La venerano e la temono, è santa ed è strega, intrappolata in un ruolo che non ha scelto. Tutto cambia con l’arrivo del capitano di marina Gualtiero De Simone, ufficiale in convalescenza, uomo gentile e affettuoso, il cui sguardo paterno riconosce in Lellena non un prodigio ma una persona. Per la prima volta qualcuno nota in lei curiosità e intelligenza, il desiderio di conoscere acceso dalla necessità di evadere. Con lui Lellena impara a leggere, a scrutare il mondo nella sua complessità e bellezza. Accolti nella casa di Bastiana, locatrice casuale, che inizia a provare sentimenti taciuti per Gualtiero e una gelosia silenziosa per la ragazzina, i loro equilibri si fanno fragili. E proprio quando, ormai adolescente, Lellena ha gli strumenti per liberarsi da una sorte che sembrava segnata, una tragedia inattesa stravolge tutto. Solo con la nostalgia per il suo vecchio mondo e l’amore salvifico per la lettura riuscirà a superare le avversità e a costruirsi la vita desiderata. Sospeso tra incanto e realismo, Maria Spissu Nilson tesse un romanzo di formazione visionario, in cui la fame di sapere e il coraggio di esistere diventano strumenti di riscatto. Sinnada è la storia di una bambina, poi donna, che nonostante l’asprezza delle condizioni riesce a far brillare quanto di ancestrale e indomabile vive nella sua anima superando confini e paure, aprendosi a orizzonti che prima poteva soltanto fantasticare.

Abitavo a Penny Lane

Abitavo a Penny Lane

C’è stata un’Italia che ha scoperto il rock come una rivelazione, che ha imparato l’inglese sui testi delle canzoni e che sognava di vivere in un mondo fatto di musica, parole e libertà. È l’Italia di un ragazzo che cresce in provincia negli anni ’60, ascolta i Beatles alla radio, si innamora di Dylan, scopre Zappa, scrive le prime fanzine e capisce che la musica può essere una bussola per orientarsi nel mondo. Dai pomeriggi passati nei negozi di dischi alle notti delle radio libere, dai viaggi verso Londra e Parigi ai festival jazz e rock che cambiano il modo di ascoltare, Riccardo Bertoncelli narra una storia di formazione, di amicizie, di errori, di entusiasmi assoluti. È il ritratto di un’epoca irripetibile, in cui l’uscita di un album si aspettava con ansia, le canzoni si ascoltavano fino a consumare la testina del giradischi e le parole avevano ancora un peso. Con ironia e tenerezza, Bertoncelli ricompone quel mondo in un memoir che è al tempo stesso confessione e racconto collettivo: Abitavo a Penny Lane è una lettera d’amore al rock e alla giovinezza, scritta da chi ha vissuto quella stagione con passione contagiosa. Un libro per chi c’era e per chi avrebbe voluto esserci. E per chi ancora oggi cerca nei dischi – o nei libri – qualcosa che somigli a una promessa di libertà. La musica come passione, identità, rivoluzione: il memoir di una vita vissuta a tempo di rock. Un viaggio ironico e affettuoso nella colonna sonora di una generazione.

Da vicino

Da vicino

La guerra, da vicino. Scritta e raccontata da chi è andato a vederla direttamente, da chi sa che soltanto «lì», di fronte alla distruzione, in mezzo alla violenza e alle conseguenze del suo passaggio, guardando negli occhi le persone che la stanno subendo o combattendo, si può davvero capire e restituire ai lettori cosa sono i singoli, irrisolvibili conflitti del presente. Mentre lo scenario geopolitico diventava di anno in anno più complesso, violento e preoccupante, in Italia si è fatta strada una generazione di giornalisti, scrittori, reportagisti che ha scritto «di guerra» in maniera nuova, più intensa, vibrante, attraverso generi e media nuovi. Paolo Giordano, che da scrittore ha fatto i conti con il mondo mentre cambiava attraverso i suoi reportage in Ucraina, Israele e altri territori più o meno caldi, ha raccolto intorno a sé alcune delle migliori firme che hanno raccontato, con articoli, reportage, podcast, la guerra oggi: Cecilia Sala (Chora), Annalisa Camilli («Internazionale»), Daniele Raineri («il Post»), Nello Scavo («Avvenire»), Lorenzo Tondo («The Guardian»), Margherita Stancati («The Wall Street Journal»), ognuno di loro ci porta un frammento inedito di questo mondo a pezzi, dalla Palestina all’Ucraina, dal Mediterraneo all’Afghanistan, dall’Iran alla Siria, e ci restituisce cosa vuol dire andare lì, organizzare un viaggio tra mille difficoltà e pericoli, come entrare in contatto con le fonti locali, trovare le notizie, mediarle per un pubblico sempre più distratto e confuso, reso inerme e indifferente alla violenza nel momento in cui lo shock è diventato la strategia principale di comunicazione e controllo da parte del potere. Cosa funziona (a volte) e cosa va storto (molto spesso) quando si racconta la guerra. Da vicino.

Linee parallele

Linee parallele

Sebastian è per il dottor Martin Carr il suo paziente più fragile, un orfano nella tempesta, del tutto incapace di una “normale infelicità”. Abbandonato dalla madre biologica, adottato da una coppia improbabile, è traumatizzato al punto tale da avere a volte veri e propri crolli psicotici. Il dottor Carr, tuttavia, lo prende in cura, affascinato dal “lirismo delle sue libere associazioni” (Literary Review) e convinto che sia gratificante lavorare con chi soffre davvero, anziché assecondare l’“opulenta autostima” dei clienti che accorrono nel suo studio a Belsize Park. Sebastian, però, pone a Carr un inusuale problema per uno psicanalista. Olivia, la figlia che il dottore e sua moglie Lizzie hanno adottato, è la sorella gemella da cui il giovane paziente è stato separato alla nascita. I due hanno vissuto vite perfettamente parallele, ciascuno ignaro dell’esistenza dell’altro. Sebastian sprofondato nei suoi incubi e nelle sue oscure fantasie, Olivia alle prese con Apocalypse, il progetto radiofonico per la Bbc cui lavora, una serie sulle “sei cause più probabili della prossima grande estinzione”. Carr non osa dire la verità ai gemelli, temendo per il loro fragile equilibrio, ma sa anche che “i treni che aveva osservato da un’alta collina, mentre si avvicinavano l’uno all’altro lungo lo stesso binario” prima o poi si scontreranno con la forza inarrestabile del destino. Una forza che rende vana ogni possibilità di agire prima che le linee parallele si incrocino. Con la sua prosa fatta di “frasi che sfrecciano come dardi” sul nostro mondo in fiamme (New York Times), in cui imperversano leader sociopatici e narcisistici, telecamere di droni inquadrano crimini ecologici dall’altra parte del pianeta e società specializzate nell’“amortalità” sorgono nella Silicon Valley, Edward St Aubyn compone una magistrale satira della nostra epoca e, insieme, un’indimenticabile storia sul più potente dei legami, quello che riunisce nell’amore e nell’empatia un fratello e una sorella.

La madre delle lingue

La madre delle lingue

Frutto della contaminazione tra dominanti e dominati, oppressi e oppressori, una lingua è il risultato di un processo in continua evoluzione, che segue le leggi della storia e dei popoli che la tramandano. Oggi, otto miliardi di persone parlano grosso modo settemila lingue, ma quelle più diffuse appartengono a cinque famiglie soltanto. Tra queste, l’indoeuropea è la più grande mai apparsa sulla Terra: ne fanno parte, fra le altre, molte delle lingue di India, Pakistan, Afghanistan e Iran; le lingue slave e quelle celtiche; l’inglese, il greco, l’armeno e l’albanese; la sterminata discendenza del latino, italiano compreso. Ma cosa lega culture e Paesi così diversi? Per rispondere a questa domanda, Laura Spinney si mette sulle tracce del loro antenato comune, il protoindoeuropeo, realizzando un’indagine che attraverso gli strumenti dell’archeologia, della linguistica e della genetica la porterà dal mar Nero all’Hindu Kush, dall’Età del bronzo al Terzo millennio. Lungi dall’essere relegata nella preistoria, la grandiosa epopea narrata in questo libro è più attuale che mai: oggi come seimila anni fa conflitti, commerci e cambiamento climatico continuano a mettere in movimento le persone, e la difesa contro presunte «invasioni» passa anche dal linguaggio, divenuto campo di battaglia e simbolo identitario. Ma se vedere mutare il proprio mondo può far paura, chi pensa che alzare barriere sia la soluzione dovrebbe ricordare che la lingua di maggior successo che la storia abbia mai conosciuto era un ibrido portato da migranti. Che il destino delle lingue è cambiare. E quello dei muri, fisici o linguistici che siano, è crollare.

Il tempo dei semplici

Il tempo dei semplici

In questo romanzo di confine un figlio racconta i suoi genitori – la loro fragilità, la loro forza, la loro irriducibile tenerezza – prima che il tempo li porti via. Li guarda splendere mentre si fanno vecchi, nel cuore di una Trieste periferica stretta tra la città imperiale e le selve balcaniche. Ma il vero fuoco di queste pagine non è la vecchiaia né la fine: è la vita che le ha precedute e che ancora pulsa. L’epopea quotidiana di due persone semplici che contengono in sé un universo. Dopo aver cantato in modo originale e potente la fine dell’amore coniugale ne “I dieci passi dell’addio”, Luigi Nacci affronta ora un’altra forma di addio: quello, struggente, di un figlio ai propri genitori ancora in vita. Si entra nella lettura in punta di piedi, si attraversano uno dopo l’altro i capitoli brevi e fulminanti trascinati dalla forza della scrittura, e sempre in punta di piedi si arriva alla fine. Commossi. “Il tempo dei semplici” è «il libro del figlio»: il canto della vulnerabilità, alimentato dal desiderio di salvare tutto ciò che di limpido e saggio può essere salvato in una famiglia sul punto di sgretolarsi; il canto dell’amore che si oppone come una diga alla malattia e al tempo. A raccontare in prima persona è proprio il figlio, che guarda i suoi genitori – immigrato da un Sud povero lui, triestina di un quartiere altrettanto povero lei – invecchiare. Loro si amano, loro lo amano, lui li ama, la vita è tenace ma la fine è inevitabile. La madre che inizia a comprare i ravioli al supermercato anziché farli in casa, il padre che una volta aggiustava tutto e ora si arrende al cospetto delle cose rotte. «Non ne comprano di nuove, – dice il figlio. – La casa è piena di cose vecchie e rotte. A volte penso che le cose, per farsi sacre, debbano prima rompersi». Eppure è la bellezza a rischiarare ogni gesto: il padre e la madre che salutano il figlio dalla finestra brillando come una stella sola o che fanno mille chilometri per contemplare insieme il tramonto su una panchina, il padre che sposta le lumache nel parcheggio per salvarle o la madre che prende i suoi capelli caduti e li trasforma in coriandoli. Perché anche nell’approssimarsi della fine possiamo splendere. Come in un film muto che di colpo acquista la parola, Nacci ci fa vedere Trieste e le terre che la circondano e quelle ancora più lontane con gli occhi dei semplici: il padre mandato in caserme di confine senza acqua o elettricità, la madre che ha preso solo due treni in tutta la vita, lo zio portuale che cerca la verità nelle osterie, o i ragazzini – figli di istriani, di slavi, di meridionali, di rom – che non hanno mai letto una pagina di Svevo o messo piede su una barca ma sanno riparare un carburatore con la bora a 100 km/h. È la Trieste degli ultimi che si nasconde dentro la Trieste dei fasti mitteleuropei. Un confine dentro il confine. Un margine che può illuminarci, se lo sappiamo guardare.

Aftermyth. Libro 1

Aftermyth. Libro 1

Qual è il tuo mito? È da tutta la vita che Penelope Weaver si prepara a frequentare l'Accademia Anassimandro, dove gli studenti imparano a far rivivere le storie della mitologia greca e scoprono di quale dio o dea greca incarnano maggiormente i princìpi. Penelope sa di essere un'Ateniana: tutte le ragazze intelligenti, pratiche, che seguono le regole e sono parte delle storie che contano davvero sono Ateniane. Ma quando Penelope e suo fratello gemello Paride arrivano all'Anassimandro, sembra che il destino abbia in serbo altri piani per loro. Penelope non viene assegnata agli Ateniani, ma messa in un gruppo di studenti che hanno tutto fuorché senso pratico, che preferiscono le feste alle regole. E questo è solo l'inizio. Le viene affiancata la peggiore musa del mondo, le fatiche che deve portare a termine paiono impossibili e la magia dell'Anassimandro minaccia di travolgerla. Per non parlare del fatto che due ragazzi molto diversi tra loro rendono la sua nuova vita ancora più complicata. Eppure, mentre la situazione non fa che peggiorare e diventare decisamente più pericolosa, una cosa emerge: in un mondo dove tutto è destinato ad accadere in un determinato modo, alcune storie devono essere riscritte. Mentre il mondo intorno a lei cambia e si sfalda, a Penelope viene chiesto di dimenticare tutto quello che credeva di sapere per creare una storia migliore... anche se ciò scombina ogni piano e infrange ogni regola. Questo libro da leggere tutto d'un fiato, che costituisce il debutto nella letteratura per ragazzi dell'autrice bestseller Tracy Wolff, mette in discussione l'idea che siano le storie a definirci, invece del contrario. Il viaggio di Penelope restituisce il potere nelle mani del lettore: giovane o vecchio che sia, purché abbastanza coraggioso da tracciare il proprio cammino.

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