Biblioteca Civica Bertoliana

Novità

C'era una volta la verità

C'era una volta la verità

Ogni anno vengono prodotte migliaia di nuove fiabe per bambini e adulti, mentre il cinema, il teatro, il balletto, l’opera, le arti visive e la pubblicità ne reinventano linguaggi e significati. Tra le numerose riscritture dei classici – letture innovative che mettono in discussione le narrazioni convenzionali – e i molteplici usi commerciali, la fiaba – a tutti gli effetti un’istituzione culturale – attraversa epoche e media diversi senza mai perdere la propria attualità. Quale bisogno soddisfano queste storie, allora, se vengono riproposte sotto forme sempre nuove? Che cosa ci spinge, in un tempo segnato da crisi di ogni genere, a tornare a foreste incantate, streghe, animali parlanti e oggetti magici? Insomma: perché non possiamo fare a meno delle fiabe? Per Jack Zipes, uno dei massimi esperti di letteratura per l’infanzia, la risposta a questo interrogativo è presto detta: le fiabe continuano a essere attuali perché portano alla luce le contraddizioni e le menzogne su cui spesso si fonda il potere e, sfidando quest’ultimo, offrono «speranza in tempi in cui questa sembra mancare». Con un’analisi che attraversa secoli di storia culturale, in queste pagine Zipes ripercorre l’evoluzione della fiaba: dai classici più amati – «Hänsel e Gretel», «Il gatto con gli stivali» – alle visioni di E. T. A. Hoffmann e ai mondi immaginati da L. Frank Baum, fino alle moderne – e controverse – riletture Disney, la fiaba non ha mai smesso di reinventarsi e di parlare al presente, continuando a esercitare un’influenza senza eguali sul nostro modo di immaginare il mondo. Le fiabe nascono dunque dal desiderio e dal bisogno di figurarsi un’esistenza diversa, sono mondi alternativi in cui l’impossibile diventa possibile e dove anche gli «ultimi» possono ribaltare il proprio destino. È nel «prodigioso» – nelle metamorfosi, negli incantesimi, nelle prove da superare – che la fiaba custodisce il suo nucleo più autentico: la speranza che la realtà possa essere trasformata. Perché le storie migliori, come scrive l’autore, «non muoiono, né mentono», ma continuano a indicarci la strada per condurci fuori dal bosco, verso un altro finale possibile.

È facile smettere di mangiare carne se sai perché farlo

È facile smettere di mangiare carne se sai perché farlo

Questo libro affronta uno dei temi più divisivi e urgenti del nostro tempo: la necessità politica, etica, sanitaria ed ecologica di smettere di mangiare carne. Per Anna Dalton non è solo una battaglia ideale, ma un percorso personale, nato dall'urgenza di condividere una consapevolezza maturata sulla propria pelle e di metterla al servizio di una verità ancora ampiamente ignorata. Per cominciare, l'autrice scardina l'idea di sacrificio legata a questa scelta: a volte non servono sforzi titanici per salvare il mondo; può essere sufficiente un'omissione consapevole. Vale a dire, smettere di compiere un'azione che consideriamo ovvia, ma che è alla base del collasso ambientale, oltre che di molti problemi di salute umana e legati al trattamento degli altri animali. Nel corso delle pagine, demolisce pezzo dopo pezzo il nostro analfabetismo alimentare, senza fare sconti e andando dritta al punto: è finito il tempo in cui i «veg» dovevano accontentarsi di essere una minoranza osteggiata; oggi, dati alla mano, è evidente che hanno ragione. Con tagliente ironia, Dalton parla direttamente al nostro vissuto, toccando le corde dei pranzi in famiglia, delle ricette della nonna e della tanto decantata tradizione culinaria italiana, mettendone a nudo i paradossi. Il suo non è un manifesto ideologico, ma un libro che si ancora nella realtà dei fatti e ci mostra come il carrello della spesa sia una delle armi politiche più potenti di cui disponiamo. Vegetarianismo e Veganismo. "In questo libro ho deciso di concentrarmi sul primo gradino, l'eliminazione del consumo di carne. Con l'auspicio che sia solo il primo di una lunga scala che ci porti a migliorare tutti come cittadini e come esseri umani."

La santa di casa

La santa di casa

Nel febbraio del 1956, mentre su Napoli cade la neve, Alena D'Angelo mette al mondo quattro figli tutti insieme. Tre arrivano piangendo con tutta la forza che hanno in corpo. La quarta, Mariastella, lascia il mondo poco dopo averlo salutato, con un sorriso. Da quel momento Alena abita due mondi. Da una parte c'è la vita quotidiana: i figli da crescere, i conti che non tornano, un marito incapace di amare. Altrove, negli anfratti della mente, sotto la pelle e nelle viscere, c'è Mariastella, la bambina senza tempo. Una religione privata, la presenza a cui rivolgersi per attraversare tutto ciò che la vita riserva. Nelle parole della figlia perduta, che ribattezza Santa di casa, Alena trova una guida, la confidente più intima e la giudice più severa. Intanto il Paese cambia. Quella di Alena diventa la storia di un popolo intero. L'Italia e Napoli conoscono il boom economico, l'epoca degli scioperi e della lotta politica, la liberazione sessuale, la scandalosa ferita dell'eroina. La famiglia D'Angelo - folta, bellissima e disperata - vive un'epoca di cambiamento tuffandosi nella vita a capofitto. Poi, all'improvviso, un evento straordinario cambia ogni cosa. Patrizia Rinaldi scrive un romanzo di grazia ed eleganza impareggiabili. La storia di Alena e della santa privata è una dedica alla vita e a chi, spesso, si è sentito un po' fuori posto. Ma è anche una dichiarazione d'amore a Napoli, patria di contraddizioni, superstizione e meraviglia, una città aperta e segreta, dove il sacro e il quotidiano si confondono fino a diventare la stessa cosa.

Tibet

Tibet

Una certa immagine del Tibet sembra resistere al passare del tempo: quella, idealizzata, di un paradiso terrestre dove ritrovare una purezza altrove smarrita. La realtà, naturalmente, è ben più complicata: ottant’anni di occupazione cinese e di rivolgimenti politici nella regione, e le ondate di emigrazione e la frammentazione dei territori storicamente abitati dai tibetani che ne sono conseguite, rendono difficile oggi anche solo capire dove batta il cuore di questa antica civiltà. Quello che la Cina ha ribattezzato Regione autonoma del Tibet, per esempio, potrebbe non essere il luogo ideale dove trovare le vestigia di una cultura così ricca di fascino. Meglio forse cercare in altre regioni cinesi limitrofe o in India e Nepal, dove esistono enclave storiche e importanti insediamenti di profughi. Una famiglia residente nella Regione autonoma che volesse far crescere i propri figli immersi nella cultura tibetana farebbe meglio a spedirli all’estero per garantire loro accesso alla propria lingua e alle proprie tradizioni. Il destino di molti bambini, infatti, è di venire separati dalle famiglie in tenera età per essere istruiti in mandarino e indottrinati secondo l’ideologia del Partito. Anche la vita monastica, in un luogo dove un tempo fioriva una delle maggiori concentrazioni di monasteri al mondo, è oggi strettamente controllata dal potere centrale di Pechino. Eppure, sembra che proprio nella Cina che per decenni ha tentato di soffocarla, l’identità tibetana stia vivendo una – pur sinistra – rinascita: sorgono nuovi «villaggi nomadici» che assomigliano a parchi a tema, si ricostruiscono in pompa magna monasteri rasi al suolo durante la Rivoluzione culturale, mentre nelle metropoli di tutto il paese spopola la «febbre tibetana». Per fortuna, non è tutta appropriazione culturale e altrove esistono anche esempi di autentico risveglio, come il recupero di alcuni monasteri del Mustang raccontato in questo volume. Se la civiltà tibetana è potuta finora sopravvivere, soprattutto all’estero e nell’esilio di Dharamsala, è stato grazie alla tenacia del suo popolo, al lavoro diplomatico, al sostegno indiano e dell’Occidente, al carisma e alla notorietà del Dalai Lama. Ma si tratta di un equilibrio fragile, che può spezzarsi da un giorno all’altro, ed è quindi importante – oggi più che mai – continuare a parlare di Tibet perché non diventi un paradiso perduto, questa volta per sempre.

Quello che i neonati non dicono

Quello che i neonati non dicono

Quando nasce un bambino, nascono anche due genitori. E quasi sempre si trovano disorientati. Superata la porta di casa, mentre il mondo fuori li bombarda di consigli non richiesti, teorie rigide e racconti patinati sui social, dentro rimangono soli con quel minuscolo meraviglioso esserino e una domanda costante: cosa vuole? Perché piange? Cosa significano quelle smorfie e quei versetti? In questo libro, Deborah Auteri li prende per mano e li accompagna in un viaggio alla scoperta della comunicazione preverbale. Perché i neonati ci parlano sin da quando vengono al mondo: quello che non dicono a parole lo mostrano con il corpo, l'espressione, i vocalizzi. Scopriremo così che uno sguardo che sfugge non è un rifiuto, ma un bisogno di autoregolazione, e che il pianto che si placa con il rumore della lavatrice non è magia, ma la ricerca di un riferimento sensoriale. Intrecciando le più importanti scoperte pedagogiche - dalle teorie di Brazelton a quelle di Stern - con la sua esperienza di mamma, Auteri offre una mappa chiara e accessibile per sintonizzarsi con i propri piccoli. Dai segnali precoci di fame, sonno e stress alle routine quotidiane che fungono da «palestre emotive», fino all'uso dei segni con il programma Baby Signs, ogni pagina smonta l'illusione della perfezione e il senso di colpa per restituire fiducia all'istinto dei genitori. Il risultato è una guida preziosa per imparare ad ascoltare la voce più importante di tutte: quella del proprio bambino. Perché non esistono regole o ricette magiche, ma una relazione unica che si costruisce giorno dopo giorno, e un amore così profondo e reciproco che vale più di mille parole.

La notte in treno e altri racconti

La notte in treno e altri racconti

Se i racconti giovanili di Irène Némirovsky trattavano gli stessi temi dei romanzi coevi – l’amore, la nostalgia, il disinganno, l’ambizione, l’avidità, l’ipocrisia dei legami familiari, il rimpianto per le occasioni mancate, l’impossibile assimilazione – con una leggerezza mondana, sia pur velata spesso di malinconia, quelli composti dal 1938 in poi, nell’ultima, febbrile stagione della sua scrittura, offuscata dalla minaccia della persecuzione e della guerra, hanno un tono più grave, a volte quasi cupo. Rimane però immutata l’assoluta padronanza della «forma breve» – quella che secondo Poe offre «l’occasione migliore per dispiegare il massimo talento». Così come immutate sono l’acutezza di uno stile capace di sbalzare, con minimi e tuttavia esattissimi dettagli, un carattere, uno stato d’animo, un’atmosfera, e quella che Henri de Régnier aveva definito l’«implacabile compassione» di Némirovsky – nonché la sua, altrettanto implacabile, ironia. E se molti dei personaggi che popolano queste pagine potrebbero essere usciti da Suite francese, il grande romanzo a cui la scrittrice lavorò fino al giorno del suo arresto – mogli e fidanzate di soldati diretti al fronte, uomini avviati verso un destino fatale, individui presi nell’ingranaggio della Storia, imboscati bramosi unicamente di salvare le loro collezioni di quadri e di porcellane –, ognuno dei racconti qui radunati possiede una sua assoluta originalità, una densità e una forza che si scolpiscono per sempre nella memoria del lettore.

Rosa Lia e la regina dei serpenti

Rosa Lia e la regina dei serpenti

Il secondo romanzo della saga fantasy con protagonista Rosa Lia, l’eroina alle prese con l’isola di Solea e una natura da difendere. Misteri, magia e figure mitologiche fuori e dentro l’Accademia Floria, la «Hogwarts siciliana». È finita la scuola. Rosa Lia ha tredici anni e dieci mesi fa ha scoperto di essere una strega. Dopo la sua prima avventura, non vede l’ora di tornare a Floria, l’Accademia di Teatromagia e Botanica, per frequentare il secondo anno. Ma l’inizio dell’estate è tutt’altro che tranquillo. Odore di cenere nell’aria. Serpenti esotici avvistati nel centro della Città. Presenze misteriose al piano di sopra. Strane statue in cantina, e nuovi sospetti. L’Armata del Fuoco guidata dal temibile Cisnero – annunciano le Magare – ha ricominciato a minacciare i boschi dell’isola di Solea. Il pericolo, però, è più vicino di quanto sembri: Miro, uno dei compagni dell’Accademia che Rosa Lia più detesta, si è trasferito nel suo stesso condominio. Traditore o alleato? Da dove viene? E chi vive con lui? Tra tabù violati, nuovi poteri da padroneggiare e creature magiche imprevedibili, Rosa Lia sarà costretta a fidarsi proprio di chi credeva fosse suo nemico. Oltre alla guida silenziosa della madre, strega in incognito, ad aiutarla sarà la leggendaria Regina dei Serpenti. Attraverso di lei, Rosa Lia scoprirà una verità sul destino di sua nonna. E comprenderà che la magia cresce proprio dove si incrociano le ombre. E che senza le ombre non si riconoscerebbe la luce. Età di lettura: da 10 anni.

America nuda e cruda

America nuda e cruda

Raccontare la storia è possibile non solo snocciolando date, battaglie e trattati, ma anche frugando nelle pieghe della vita quotidiana, origliando le battute sfuggite nei salotti, collezionando imbrogli e vendette, inciampi e colpi di genio. In questo libro Giorgio Dell'Arti ci accompagna in un viaggio sorprendente nell'America di ieri e di oggi: dalla Virginia Company, che sbarcò a Jamestown nel 1606 inseguendo un sogno di tabacco e fortuna, fino alla presidenza di Donald Trump, che ha fatto proprie le tre regole d'oro del suo spietato mentore - «attacca, nega tutto, di' d'aver vinto anche quando hai perso». In mezzo, quattro secoli di un popolo che non ha mai smesso di reinventarsi. Ci sono i Padri Pellegrini, che fondarono una città modello di religiosa purezza - e intanto non esitavano a impiccare i quaccheri. Il presidente Thomas Jefferson, che progettò una macchina per fare i maccheroni ed esportò in America di contrabbando, nella tasca del cappotto, un pugno di riso piemontese. Cornelius Vanderbilt, «bella faccia americana con basettoni bianchi fino al mento», che da commerciante d'ostriche e verdure finì per diventare l'uomo più ricco del continente. E ancora Neil Armstrong, il primo uomo a mettere piede sulla luna semplicemente perché, a differenza di Buzz Aldrin, gli capitò di sedere vicino al portellone. "America nuda e cruda" è il racconto non soltanto dei momenti solenni e dei protagonisti, ma anche delle spigolature e dei comprimari: benefattori e criminali, attori e industriali, consiglieri e spie. Ogni aneddoto illumina, in controluce, l'identità di un Paese abitato da cento anime diverse - e che ancora non ha smesso di cercare la propria.

Il ritorno della casta

Il ritorno della casta

C'è un filo nero che attraversa cinquant'anni di storia italiana. Un filo che lega i santuari della P2 alle stanze del potere contemporaneo, passando per i decreti d'emergenza dei governi Berlusconi e le timide rese della sinistra. È il filo della restaurazione della casta. In questo libro il giornalista d'inchiesta italiano scoperchia il vaso di Pandora della riforma costituzionale della magistratura. Non è una riforma: è una capitolazione. È un regolamento di conti tra la casta e la magistratura. È l'approdo di un piano eversivo nato in maniera sotterranea dopo tangentopoli, agli albori della seconda Repubblica, che oggi sta assumendo forme sempre più minacciose in Italia ma va inscritto anche nell'inquietante disegno di un nuovo ordine mondiale. Attraverso un'analisi che allinea sotto i nostri occhi vicende solo apparentemente lontane tra loro, Ranucci rivela le ipocrisie e le falle dell'ultimo assalto mirato a mortificare uno dei tre poteri dello Stato. Quello in nome del quale ventotto magistrati hanno perso la vita nell'esercizio delle loro funzioni, quello che ha fatto luce sui fatti più oscuri della nostra storia repubblicana, quello che tutti sono pronti a criticare per le sue lentezze ma di cui nessuno ricorda il lavoro quotidiano di presidio della legalità e della verità proprio in un'epoca in cui questi valori sembrano più che mai in discussione. Infine, come sempre, Ranucci si chiede: chi paga il conto? Nonostante la propaganda prometta processi più veloci, la realtà delineata dalla riforma è quella di un aumento dei costi, del rischio di una paralisi burocratica, di una giustizia a due velocità: un'autostrada garantista per la casta dei colletti bianchi, un vicolo cieco per i più deboli, noi cittadini comuni. Perché l'indipendenza dei giudici non è un privilegio di chi indossa la toga, ma lo scudo che impedisce al potere politico di farsi legge, garantendo che nessuno sia “più uguale degli altri” davanti ai tribunali.

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