Biblioteca Civica Bertoliana

Novità

La notte nel cuore

La notte nel cuore

Nathacha, Emma e Chahinez hanno attraversato la notte più nera, quella in cui l'amore diventa controllo, possesso, annientamento. Tutte e tre hanno provato a fuggire dai loro compagni violenti, per salvarsi. Solo una può raccontarlo. "La notte nel cuore" ci parla con una voce piena di forza, urgenza e poesia. Una voce che è necessario ascoltare. «Nathacha Appanah ha trovato le parole per dire l'impronunciabile, mostrando così la forza della letteratura» («Elle») Nel maggio 2021 Nathacha Appanah apprende dell'omicidio della giovane Chahinez Daoud, avvenuto a Mérignac, nei pressi di Bordeaux. L'ex marito l'ha spiata, inseguita, braccata, le ha sparato alle gambe e l'ha bruciata viva in strada, a pochi metri da casa sua. La morte di Chahinez risveglia in Appanah un dolore che viene da lontano: la perdita della cugina Emma, brutalmente assassinata dal marito a Mauritius nel 2000. E riapre una ferita personale, profonda. È una storia che l'autrice non ha mai raccontato, a cui ha evitato di pensare a lungo. Una storia che adesso bisogna scrivere. Perché per poter restituire la voce a Emma e Chahinez, condannate per sempre al silenzio, Appanah deve partire da sé stessa, da quella ragazza che dai diciassette ai venticinque anni ha avuto una relazione con un uomo geloso, possessivo, violento, che l'ha abbindolata, isolata da tutti, piegata, asservita. E quasi uccisa. Appanah si affida a queste pagine ripercorrendo la propria esperienza, mentre ricostruisce le esistenze di Emma, moglie e madre imprigionata in un matrimonio senza via d'uscita, e di Chahinez, che aveva avuto la forza di divorziare, di ricominciare, di lasciare l'Algeria sperando in un futuro migliore per sé e i figli in Francia. A queste donne, oppresse dal controllo di uomini incapaci di rispettare le loro scelte e la loro indipendenza, Appanah dedica la sua lotta contro l'oblio che troppo spesso circonda i femminicidi. Capitolo dopo capitolo, esamina le narrazioni della stampa, della giustizia, dei colpevoli, riferisce i ricordi di famigliari e amici, analizza le dinamiche della violenza cercando di portare alla luce il meccanismo fatale in cui sono rimaste intrappolate Emma e Chahinez. Con parole limpide, precise, di una bellezza struggente, Nathacha Appanah intreccia la sua verità a quella di Emma e Chahinez, attraversando la notte che nei loro cuori ha preso il posto dell'amore.

La rosa inversa

La rosa inversa

In un vecchio palazzo nobiliare di Calacte, città della Sicilia Orientale, all’inizio del Novecento un uomo scopre una stanza segreta. Qui trova custoditi i classici dell’Illuminismo, le opere dei «malpensanti del secolo ateo e libertino» come Voltaire, Diderot, Montesquieu e d’Alembert, accanto a simboli e insegne della massoneria. Ad attrarre la sua attenzione è un manoscritto, La Rosa Inversa, racconto autobiografico del barone Ruggero Henares, l’antico proprietario del palazzo. La sua è una storia incredibile rimasta a lungo nascosta. Nato nel 1743, educato nel Collegio dei Gesuiti, Henares diventa amico di Giuseppe Balsamo, futuro alchimista ed esoterista col nome di Cagliostro; insieme verranno banditi per ordine del rigido padre Crisafulli, e sarà Henares, quando nel 1767 viene disposta l’espulsione dei Gesuiti dalla Sicilia, a esiliare l’odiato Crisafulli innescando la miccia della rivalsa. Sta per avere inizio un’epoca radicale e libertaria, turbamento di religiosi, conservatori e reazionari; Ruggero fonda la loggia La Rosa Inversa, dove si discute di uguaglianza e libertà, la sua sorte si lega a quella di Amalia, artista e amante libertina, con cui condivide letture e desideri. Nel nucleo di questo vortice di gesta, avventure ed eventi, Maria Attanasio insedia un dispositivo di pensiero storico e filosofico che scruta nel passato e ragiona sul presente, sulla duratura guerra tra rinnovatori e nostalgici, esclusi e privilegiati, pragmatici e sognatori. «Tra i pochi che hanno seguito l’esempio di Sciascia, di narrazioni di storie vere che si fanno romanzo quasi di per sé, per la loro intensità ed esemplarità» come ha scritto di lei Goffredo Fofi, Attanasio ha il gusto per la ricerca erudita e divertita, la sensibilità inventiva, uno sguardo pungente e beffardo; in questo romanzo che percorre il Sette-cento in Sicilia e non solo, l’immaginaria Calacte, nella realtà Caltagirone, diviene uno spazio di creazione letteraria e poetica, teatro di personaggi reali e di finzione: donne e uomini con le loro passioni e intelligenze, figure che emozionano mentre si ribellano alla loro epoca in una sfida che guarda al futuro.

L'invenzione del colore

L'invenzione del colore

Fin da bambino, il protagonista di questo romanzo sa che suo padre Raffaele ha inventato qualcosa che ha rivoluzionato la storia del cinema. È sempre rimasto una specie di segreto di famiglia, una leggenda privata. Gli torna in mente quando in una caldissima primavera sogna quasi tutte le notti suo padre, morto dieci anni prima. In questi sogni – lucidi e pervasivi – Raffaele è ancora vivo, semplicemente se n’è andato via di casa, senza una spiegazione. Quel bambino, che si chiama Christian e oggi ha cinquant’anni, si sente costretto a ricercarne il senso, e comincia un’indagine tenera e impacciata, un giallo famigliare che è anche un romanzo di formazione fuori tempo massimo. Professore di liceo, sospeso tra i rapporti impossibili e comici con i suoi studenti e le infinite spirali sentimentali della storia con la sua ex compagna, Christian vede di colpo la propria vita intrecciarsi con l’ombra di un padre a cui si accorge, solo ora, di assomigliare più di quanto abbia mai creduto. Nelle vesti di un Telemaco contemporaneo, si ritrova a inseguire le tracce del padre nella storia privata e pubblica, come se il Novecento fosse un unico lunghissimo racconto proiettato sul grande schermo: le vacanze al paese dei nonni negli anni ottanta e i film di Bud Spencer e Terence Hill, Apocalypse Now e la crisi economica, la prima volta in cui si sono conosciuti i suoi genitori e Scene da un matrimonio di Bergman, e soprattutto la Technicolor, l’azienda a cui il padre ha dedicato la sua esistenza e che ha cambiato l’immaginario planetario e i destini della loro famiglia. L’invenzione del colore è il romanzo di un’Italia contemporanea in cui la nostalgia può diventare immaginazione, il racconto di una classe operaia che trova il paradiso e nasconde l’inferno, un’epopea industriale che nel suo declino non ha risparmiato i propri eroi, la ricerca di una ragazza indecifrabile e la riscoperta dell’amore per un padre che sembra sfuggito tutta la vita ai suoi affetti e alla felicità. È, ancora e soprattutto, un libro sulle generazioni che si confidano solo nei momenti di fragilità, per rivelare la forza che muove ogni possibile rinascita.

Con i piedi per terra

Con i piedi per terra

Il 9 agosto 2020, Nicolò Guarrera parte da Malo, un piccolo paese del Vicentino, con un’idea folle e lucidissima: fare il giro del mondo a piedi. Con sé porta solo l’essenziale – una tenda, provviste, pochi cambi – stipato dentro un passeggino a cui ha dato un’anima e un nome: Ezio. Da quel momento, per cinque anni e oltre 35.000 chilometri, la strada diventa casa. Ogni giorno è una sfida: valichi di montagna, deserti, frontiere, nostalgia. Ma ci sono anche momenti di pura meraviglia, amori inattesi, la scoperta di un’umanità accogliente e buona. I passi, i calzini consumati, le notti in tenda, le bruciature del sole e le gelate alle mani diventano la trama di un racconto che si arricchisce a ogni incontro. Dal Veneto al Sudamerica, dalla Terra del Fuoco all’Australia e alle distese dell’Outback, poi l’India, il Medio Oriente e la lunga risalita verso casa. Passo dopo passo, attraversando continenti con il cuore aperto alla curiosità, Nicolò scopre qualcos’altro: un mondo più lento, dove la vita non è sempre vista come un problema da risolvere. Un mondo imperfetto e contraddittorio, ma ancora capace di gesti e parole che non hanno bisogno di spiegazioni. Nel testo le pagine dei diari tenuti durante il viaggio si alternano con memorie e riflessioni successive. Con i piedi per terra è dunque il diario di un’avventura straordinaria, ma soprattutto la storia di ciò che accade quando si vive fuori dalla corsia di sorpasso. Forse, leggendolo, verrà voglia di rallentare anche a te.

Gli anni in bianco e nero

Gli anni in bianco e nero

Nella sartoria della famiglia Elia, il tempo scorre al ritmo lento dell'ago e del filo, scandito dai divieti del padre, che teme la libertà delle figlie perché, nel Salento degli anni '60, come nel resto d'Italia, le donne devono restare al loro posto. Eppure, in quelle quattro ragazze, qualcosa preme per uscire: la musica ribelle di Giovanna, i romanzi di Jane Austen in cui Ada si rifugia, la volontà di Maria di non accontentarsi e, soprattutto, la sete di immagini di Mimì, la più giovane, che, dalla cabina di proiezione del Cinema Apollo, mentre vede i film di Fellini e Visconti, scopre che la realtà può essere montata diversamente. E decide che sarà lei a tenere la macchina da presa. Così, mentre tutt'intorno si accendono le lotte operaie e le occupazioni studentesche e si formano i primi gruppi femministi, dentro casa Elia si combatte una rivoluzione silenziosa per riuscire a chiamare per nome il desiderio e la violenza, il diritto al lavoro e quello al piacere. E Mimì filma tutto. Non cerca la bellezza, cerca la verità: riprende le sorelle che danno vita a un'impresa quasi impossibile, gli sguardi e i gesti impercettibili ma rivelatori, un matrimonio «normale» eppure pieno di incertezze. Con forbici e determinazione, realizza un film che nessuno le ha chiesto di girare. Perché raccontare è resistere. Perché raccontando si può cambiare la vita, la propria ma anche quella degli altri. Perché tutti noi abbiamo vissuto anni in bianco e nero con la speranza di farli diventare un film a colori.

Le sorelle

Le sorelle

Venite a conoscere le sorelle Mikkola. Ina, ordinata, rigorosa, insomma una maniaca del controllo. Evelyn, che incanta tutti in un batter d'occhio, sicura di sé, ma sempre in fuga. Anastasia, lunatica, turbolenta, in testa fin troppe direzioni per sceglierne una. Vedrete poi Jonas che le segue da lontano. Come le sorelle, è svedese-tunisino, cresciuto a Stoccolma e alla ricerca di nuovi orizzonti. Le loro vite si intrecciano attraverso gli anni e i continenti, mentre tentano di sottrarsi a una misteriosa maledizione... Le sorelle Mikkola: Jonas le sente nominare per la prima volta dai suoi genitori mentre costruisce il suo castello di Lego, a cinque o sei anni. Il suono di quel cognome è strano, non gli sembra svedese, né francese, la lingua che i suoi usano per le faccende serie. Pare che le sorelle siano figlie di una vecchia amica del padre di Jonas, e che insieme a lei si trasferiscano di continuo per «allontanarsi», non si capisce bene da cosa. Sarà solo sette anni piú tardi che Jonas conoscerà le Mikkola, quando andranno a vivere nel suo quartiere di Stoccolma. Svedesi-tunisine proprio come lui, da ragazzine Ina, Evelyn e Anastasia sono un mondo intero da scoprire. Parlano inglese tra di loro, sono dirompenti, inarrivabili per i coetanei - quindi vittime delle dicerie piú disparate - e tutto tranne che ordinarie: Ina è una fuoriclasse del basket seria e rigorosa, Evelyn una sognatrice che distribuisce aneddoti ipnotici, Anastasia una presenza vulcanica e confusionaria. Le sorelle Mikkola esercitano un fascino irresistibile su Jonas che, a parte alcuni brevi e mai dimenticati momenti, si accontenta di seguirle da lontano fin dal primo incontro, e per i decenni a venire, rincorrendo le loro tracce tra feste di Capodanno, corsi di arabo, crisi esistenziali, amicizie perdute e amori ritrovati, dalla Svezia alla Germania, dalla Tunisia agli Stati Uniti. Mentre cerca di diventare adulto tra un'ingombrante figura genitoriale e mille difficoltà, Jonas si tiene stretta una certezza: qualcosa di molto profondo lo lega alle sorelle Mikkola, forse un'eredità culturale, un percorso comune, un destino. O magari una misteriosa maledizione. Nelle pagine magnetiche e travolgenti di questa saga famigliare contemporanea, Jonas Hassen Khemiri esplora l'enigma dell'identità nelle sue molteplici forme, il segreto delle trasformazioni a cui ci sottopone il tempo, la tenacia dei sogni che non lasciamo andare. Ma soprattutto con Le sorelle Khemiri celebra il potere delle storie che raccontiamo, capaci di cambiare una vita. E di spezzare maledizioni, vere o immaginarie che siano.

Il trucco del diavolo

Il trucco del diavolo

Roma, seconda metà del Settecento. Nel cuore dello Stato Pontificio si consuma una serie di delitti tanto macabri quanto impossibili da interpretare: corpi disposti in pose rituali, incisioni sconosciute, simboli che sembrano provenire da un altro mondo. Temendo uno scandalo e il dilagare del terrore tra il popolo, per risolvere il mistero il Papa chiama a sé un uomo fuori dagli schemi: Xavier Galant, avventuriero còrso noto per il grande acume e il coraggio in battaglia. Galant accetta l'incarico e inizia a indagare anche con l'aiuto dell'eruditissimo gesuita Artemio Di Grazia, destreggiandosi tra le fitte trame della politica ecclesiastica e i mille rimandi culturali che il misterioso e letale Diabolus dissemina sulle scene del crimine. Insieme, i due scopriranno che tutti i delitti sono legati fra loro da un dettaglio inquietante: ognuno ha a che fare con quello che, due secoli dopo, verrà denominato Manoscritto Voynich, un codice medievale composto da pagine dense di simboli, diagrammi anatomici e disegni botanici di piante inesistenti. Un enigma impossibile da decifrare… eppure qualcuno è disposto perfino a uccidere pur di giungere alla verità. Seguendo tracce che portano a smarrirsi in una Roma labirintica, Xavier e padre Artemio si addentreranno nelle stanze più oscure della città, là dove il potere si intreccia all'occulto e la fede convive con superstizioni che la Chiesa preferirebbe sepolte. Ma per fermare questo assassino non basterà catturare il colpevole degli omicidi: occorrerà comprendere un linguaggio che nessuno è mai riuscito a leggere.

Il giornalista e l'assassino

Il giornalista e l'assassino

Fort Bragg, 1970. Un capitano medico dei Berretti Verdi, Jeffrey MacDonald, viene accusato di aver massacrato la moglie incinta e le due figlie a colpi di bastone e con un punteruolo da ghiaccio, ma viene scagionato da un tribunale militare per mancanza di prove. Anni dopo il caso viene riaperto, e il giornalista Joe McGinniss, in cerca di una storia di sicuro successo, si conquista l'amicizia di MacDonald e ne diventa il confidente per tutta la durata del processo che lo condannerà all'ergastolo, intrecciando con lui una corrispondenza sconcertante per doppiezza psicologica. Quando infatti, nel 1983, il libro di McGinniss viene pubblicato, MacDonald si scopre tradito dal giornalista, che lo ha dipinto come un assassino narcisista e psicopatico, e decide di citarlo in giudizio per frode. La vicenda scomoda in aula il Primo Emendamento e in molti da allora continuano a chiedersi fino a dove può spingersi la libertà di stampa, o se è legittimo ricorrere all'inganno in nome della cosiddetta «informazione». Ma soprattutto scomoda Janet Malcolm, una delle firme leggendarie del «New Yorker», che all'epoca aveva qualche ragione per interessarsi al caso: poco tempo prima uno psicoanalista americano, scontento del ritratto che la Malcolm ne aveva fatto, l'aveva querelata chiedendo un risarcimento di dieci milioni di dollari. E così la giornalista decide di ripercorrere il processo, non per «sapere se MacDonald sia colpevole o innocente, e nemmeno stabilire se ciò che dice di lui McGinniss sia falso o diffamatorio, ma solo giudicare se McGinniss avesse il diritto di dirlo dopo aver fatto credere a MacDonald di pensare il contrario» commenta Emmanuel Carrère. Su questa vertigine morale rivolge il suo sguardo affilato la Malcolm, che, con implacabile onestà e una punta di masochismo – visto che dopotutto parla del suo lavoro –, si interroga sull'etica e sulla pratica di un mestiere per natura ambiguo, offrendoci un reportage magistrale sul rapporto fedifrago che lega il giornalista e il suo soggetto d'indagine. La loro storia, scrive Janet Malcolm, è «la storia di Sherazade, ma senza lieto fine», e il loro matrimonio, per funzionare, è destinato a concludersi nel più breve tempo possibile. «In nessun caso, o quasi, il soggetto riesce, per così dire, a salvarsi». Postfazione di Emmanuel Carrère.

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