Biblioteca Civica Bertoliana

Novità

Il resto per me è buio e vanità

Il resto per me è buio e vanità

Scultore, incisore, scrittore, editore. Vicentino. Tante anime compongono la vita di uno dei più noti intellettuali del Novecento, tanti i mestieri che gli permettono di coniugare passioni e necessità economica, lavoro manuale e impegno civile, e che saranno la linfa vitale di ogni casa editrice da lui fondata, dall'Asino volante al Pellicano, fino al marchio che dal 1946 porta ancora il suo nome. Eppure, nulla nella sua infanzia lascia presagire il ruolo determinante che i libri, la cultura, l'arte avranno nel suo percorso - non il bambino ribelle, né lo studente riluttante cacciato dal ginnasio, né il lettore inconsueto che muove i primi passi con un romanzo di Dostoevskij, regalo di un incisore socialista. Luca Scarlini da anni studia gli scritti, i diari, la corrispondenza di Neri Pozza e del gruppo di militanti della Resistenza - amici, intellettuali, artisti - che insieme a lui pensarono al libro come gesto sociale, costruzione di comunità, in quel dopoguerra in cui non si doveva ignorare tutto ciò che nel Ventennio non si era potuto pubblicare. Ne esce un ritratto pieno di vita, mosaico appassionato e appassionante di intuizioni editoriali, come la scoperta di uno sconosciuto Goffredo Parise, la ripubblicazione delle liriche di Saffo, introvabili in Italia, il lavoro con Gadda, Buzzati, Montale; sodalizi personali e professionali, come l'eterna amicizia con Antonio Barolini e l'unione con la scrittrice Lea Quaretti; aneddoti di vita vicentina, città natale amatissima. La lettura intima di un uomo diretto, solitario, a volte ruvido, sempre profondamente convinto del valore di quello strumento della coscienza che è il libro, senza il quale saremmo «solo un sacco vuoto». L'infanzia di un editore non dà segni particolari di vocazione: difficilmente un bambino vuole giocare con torchi e inchiostri, stabilire scadenze o fondare collane. O pensare che investirà tempo e denaro su autori debuttanti sperando di portarli all'affermazione per il loro valore, contando su una rete di relazioni letterarie, per imporli all'attenzione, salvo poi litigarci dopo, quando questi se ne vanno.

Bristol

Bristol

La vita di Robert Bristol – regista con all'attivo una dozzina di non indimenticabili film, sfibranti sfide budgetarie, due matrimoni falliti e un'iperglicemia – sembra destinata al flop: commerciale, erotico, personale. Ma l'arte non conosce gerarchie e Bristol appartiene alla caparbia schiera di chi è votato a un'opera – un'opera che esige una totale sudditanza e divora ogni energia. Non importa dunque che il suo nuovo film, L'oro insanguinato, sia l'adattamento di un romanzo rosa – dovuto alla feconda penna della regina dei bestseller, Marjorie des Marais –, dove la fragile Chloé e l'intrepido Jean-Claude affrontano mille peripezie nel cuore del continente africano, tra spietati mercenari, congreghe di stregoni, mirabolanti segreti e duelli all'ultimo sangue. Né importa che, mentre Bristol, sulle rive del Limpopo, fa i conti con le infinite, inopinate grane che si accompagnano alle riprese in esterni esotici – inclusa l'incursione di feroci miliziani –, a Parigi un solerte ispettore di polizia, Julien Claveau, lo creda coinvolto nella misteriosa morte di un uomo senza identità e cerchi di incastrarlo. Il cinema è «il regno della parte per il tutto, l'impero della sineddoche»: nulla accade davvero al di fuori del campo di ripresa – o comunque non ha peso. Una legge, questa, che forgia dall'interno anche l'architettura di questo romanzo dove tutto è abbaglio, e l'esplosivo, tumultuoso intreccio lascia trasparire l'autentica natura della letteratura – fabbrica di illusioni, incantesimo che agisce – e l'immedicabile malinconia di chi la nutre con la propria esistenza.

Le voci degli altri

Le voci degli altri

Questo libro è un incontro con chi sente di essere trasparente e dimenticato e non capisce come sia possibile. C'è stato un momento in cui abbiamo smesso di vedere le persone intorno a noi, in cui abbiamo smesso di ascoltarle e ci siamo chiusi nella nostra bolla, convinti che questo ci garantisse una vita più tranquilla e sicura. I segni di questo cambiamento, la fine dell'empatia e la costruzione di muri non solo fisici ma anche emotivi, si leggono nella politica, nell'informazione e nei comportamenti collettivi in ogni angolo del mondo. Non è successo all'improvviso, ma in un percorso in cui la diffidenza è diventata un ingrediente fondamentale delle nostre vite. Ci è stato raccontato che non era necessario fare la fatica di mettersi nei panni degli altri, anzi, che fosse pericoloso e da evitare. Intorno a noi, però, hanno cominciato a crescere solitudine e indifferenza, e il paesaggio si è riempito di macerie. Questo libro è un incontro con chi sente di essere trasparente e dimenticato e non capisce come sia possibile. Una nonna rimasta l'unica italiana nel suo palazzo popolare, spaventata da un mondo che non comprende, e una bibliotecaria che si confronta con una bambina che non trova nessun libro in cui sentirsi rappresentata. Una donna che si occupa di dare un'identità ai morti che non hanno un nome e, senza saperlo, regala una risposta a due sorelle sospese in un dolore lungo vent'anni. Un uomo che passa la vita cercando di scoprire chi abbia ucciso suo padre e, dopo anni di indifferenza, riceve un regalo anonimo che gli dona serenità. Un ragazzo che trova speranza nel rinunciare all'odio che gli spetterebbe, e riconquista così la libertà. E, infine, un uomo che ha speso gran parte della sua vita dentro le mura della Città Vecchia di Gerusalemme, che ha visto il tempo della speranza e quello della disperazione, e che in una terra sfigurata dall'odio continua a cercare spiragli di luce e umanità. Mario Calabresi va alla ricerca di quelli che si mettono in gioco, che costruiscono ponti e scommettono senza avere bisogno della certezza di vincere. Un racconto che ci porta nel mondo, anche dove la speranza sembra assente, ma esiste uno sguardo che cerca tenacemente di vedere gli altri.

La marcia di Mina

La marcia di Mina

Nella primavera del 1972, la dodicenne Tomoko sale su un treno diretto ad Ashiya per trascorrere un anno a casa degli zii. Ad accoglierla trova una villa monumentale all’ombra del cimitero di un vecchio zoo e, dietro i suoi cancelli, un ippopotamo nano di nome Pochiko e una famiglia sconclusionata, in cui ogni membro custodisce una bizzarra ossessione: c’è la zia, che beve whisky mentre cerca con attenzione maniacale refusi su qualsiasi testo le capiti sottomano; c’è nonna Rosa, che porta con sé il ricordo di una Germania spezzata; c’è lo zio, che guida una lussuosa Mercedes e scompare per lunghi periodi, per poi tornare all’improvviso e riparare gli oggetti guasti che si accumulano sulla sua scrivania; infine, c’è la signora Yoneda, la governante con la passione per i concorsi a premi, severa ma dal cuore tenero. La vera anima della casa è però la piccola Mina: undici anni, una salute precaria, ma un’intelligenza e una fantasia sconfinate. Mina va a scuola in groppa a Pochiko, è l’addetta indiscussa all’accensione dei fuochi e custodisce sotto il letto una collezione di scatole di fiammiferi illustrate sulle quali inventa storie meravigliose che confida solo a Tomoko. In quel breve, intensissimo anno – scandito dai viaggi in biblioteca e dalle ore passate a seguire con trepidazione il cammino della nazionale giapponese alle Olimpiadi di Monaco – le due bambine stringono un legame simbiotico: se Mina ha bisogno di Tomoko per esplorare il mondo esterno, Tomoko imparerà grazie allo spirito brillante di Mina ad affacciarsi all’età adulta. La marcia di Mina è un romanzo sulla fragilità del tempo e sulla tenacia della memoria. Con una scrittura delicata, limpida e nostalgica, Yoko Ogawa ci regala un ritratto di quel momento preciso della nostra giovinezza in cui convivono la meraviglia e il dolore: un istante luminoso e fuggevole come la scintilla di un fiammifero.

La santa di casa

La santa di casa

Nel febbraio del 1956, mentre su Napoli cade la neve, Alena D'Angelo mette al mondo quattro figli tutti insieme. Tre arrivano piangendo con tutta la forza che hanno in corpo. La quarta, Mariastella, lascia il mondo poco dopo averlo salutato, con un sorriso. Da quel momento Alena abita due mondi. Da una parte c'è la vita quotidiana: i figli da crescere, i conti che non tornano, un marito incapace di amare. Altrove, negli anfratti della mente, sotto la pelle e nelle viscere, c'è Mariastella, la bambina senza tempo. Una religione privata, la presenza a cui rivolgersi per attraversare tutto ciò che la vita riserva. Nelle parole della figlia perduta, che ribattezza Santa di casa, Alena trova una guida, la confidente più intima e la giudice più severa. Intanto il Paese cambia. Quella di Alena diventa la storia di un popolo intero. L'Italia e Napoli conoscono il boom economico, l'epoca degli scioperi e della lotta politica, la liberazione sessuale, la scandalosa ferita dell'eroina. La famiglia D'Angelo - folta, bellissima e disperata - vive un'epoca di cambiamento tuffandosi nella vita a capofitto. Poi, all'improvviso, un evento straordinario cambia ogni cosa. Patrizia Rinaldi scrive un romanzo di grazia ed eleganza impareggiabili. La storia di Alena e della santa privata è una dedica alla vita e a chi, spesso, si è sentito un po' fuori posto. Ma è anche una dichiarazione d'amore a Napoli, patria di contraddizioni, superstizione e meraviglia, una città aperta e segreta, dove il sacro e il quotidiano si confondono fino a diventare la stessa cosa.

W.

W.

La sensazione è quella di una scarica elettrica, una vorticosa corrente che stabilisce un legame improvviso, un reciproco riconoscimento e una complementarità perfetta. È l'inspiegabile reazione che si produce quando Olaf e W. si incontrano. W. è volitivo, inquieto, e il suo humour surreale lo ha reso famoso in tutta la scuola; la gentilezza è l'unico talento che Olaf si attribuisca. W. osa e sperimenta, Olaf lo segue. Li unisce una volontà di scoperta, un «progetto di ricerca sulla vita» che – ne sono convinti – solo insieme potranno realizzare. Poi Olaf si trasferisce da Groningen ad Anversa per studiare filosofia, mentre W. asseconda la sua irrequietezza: viaggia, esplora, si perde, ritorna. Ma quell'amicizia istantanea e misteriosa resta un centro di gravità, il nodo dei loro rapporti con il mondo: inclusi quelli con Hilde, la ragazza di Olaf che trasformerà il duo in un trio altrettanto indissolubile. Fino al giorno in cui W. scompare improvvisamente, senza una parola, lasciando dietro di sé solo un file, intrico di testi, immagini, haiku, e dei meme pubblicati in rete. Forse un invito, rivolto a Olaf, a braccare le sue tracce digitali e a ricomporre la sua immagine. O un'esortazione a proseguire da solo la ricerca. O ancora – come suggerisce l'epilogo perturbante di questo romanzo di formazione, concentrato nell'arco di tredici giorni – un ammonimento: «noi pensiamo di chiudere con il passato ma il passato non chiude con noi». Quello che più colpisce in questo romanzo d'esordio di Tiemen Hiemstra è la sua capacità di raccontare l'ebbrezza e i pericoli di un'amicizia simbiotica con una sobrietà, una combinazione di crudeltà e tenerezza che difficilmente si potranno dimenticare.

Tibet

Tibet

Una certa immagine del Tibet sembra resistere al passare del tempo: quella, idealizzata, di un paradiso terrestre dove ritrovare una purezza altrove smarrita. La realtà, naturalmente, è ben più complicata: ottant’anni di occupazione cinese e di rivolgimenti politici nella regione, e le ondate di emigrazione e la frammentazione dei territori storicamente abitati dai tibetani che ne sono conseguite, rendono difficile oggi anche solo capire dove batta il cuore di questa antica civiltà. Quello che la Cina ha ribattezzato Regione autonoma del Tibet, per esempio, potrebbe non essere il luogo ideale dove trovare le vestigia di una cultura così ricca di fascino. Meglio forse cercare in altre regioni cinesi limitrofe o in India e Nepal, dove esistono enclave storiche e importanti insediamenti di profughi. Una famiglia residente nella Regione autonoma che volesse far crescere i propri figli immersi nella cultura tibetana farebbe meglio a spedirli all’estero per garantire loro accesso alla propria lingua e alle proprie tradizioni. Il destino di molti bambini, infatti, è di venire separati dalle famiglie in tenera età per essere istruiti in mandarino e indottrinati secondo l’ideologia del Partito. Anche la vita monastica, in un luogo dove un tempo fioriva una delle maggiori concentrazioni di monasteri al mondo, è oggi strettamente controllata dal potere centrale di Pechino. Eppure, sembra che proprio nella Cina che per decenni ha tentato di soffocarla, l’identità tibetana stia vivendo una – pur sinistra – rinascita: sorgono nuovi «villaggi nomadici» che assomigliano a parchi a tema, si ricostruiscono in pompa magna monasteri rasi al suolo durante la Rivoluzione culturale, mentre nelle metropoli di tutto il paese spopola la «febbre tibetana». Per fortuna, non è tutta appropriazione culturale e altrove esistono anche esempi di autentico risveglio, come il recupero di alcuni monasteri del Mustang raccontato in questo volume. Se la civiltà tibetana è potuta finora sopravvivere, soprattutto all’estero e nell’esilio di Dharamsala, è stato grazie alla tenacia del suo popolo, al lavoro diplomatico, al sostegno indiano e dell’Occidente, al carisma e alla notorietà del Dalai Lama. Ma si tratta di un equilibrio fragile, che può spezzarsi da un giorno all’altro, ed è quindi importante – oggi più che mai – continuare a parlare di Tibet perché non diventi un paradiso perduto, questa volta per sempre.

Una storia bugiarda

Una storia bugiarda

Maria Bianchi ha un nome comune e un'esistenza tranquilla. Non ha ancora quarant'anni e lavora come insegnante di sostegno in una scuola media alla periferia di Roma, dove si prende cura della diversità dei suoi allievi come si fa con le cose fragili e preziose. Nel tempo che riesce a sottrarre al lavoro e a Flavio, un compagno possessivo e dominante, Maria scrive. I suoi libri non sono dei bestseller, ma le consentono di far sentire la sua voce, quella che nella quotidianità è spesso costretta ad abbassare. Mentre è in cerca di un'idea per il prossimo romanzo, Maria fa un incontro destinato a cambiarle la vita. A una festa, il suo sguardo incrocia gli occhi grigi di Miriam Dell'Acqua. La donna è l'ex moglie di Leone Russo, rampollo di una delle famiglie più potenti e controverse d'Italia. Nel corso del loro lungo e turbolento matrimonio, ne ha custodito i segreti, è stata alleata e complice. Ora che quell'alleanza si è spezzata, è pronta a rompere il silenzio. Per raccontare la sua vita, la sua verità, sceglie proprio Maria. La scrittrice capisce all'istante di avere tra le mani la storia che aspettava da sempre. Ma non è solo la promessa del successo a lusingarla. Quando è con Miriam, si sente finalmente vista, riconosciuta. Non sa resistere al fascino di una donna che non si lascia mai afferrare nella sua interezza, sempre in bilico fra verità e menzogna. Nonostante la contrarietà di Flavio, Maria si fa coinvolgere ogni giorno di più in questo legame. Miriam, però, non fa niente senza scopo, e chi le sta accanto è solo una pedina trascurabile in un gioco pericoloso. Arianna Lombardelli scava nei rapporti di forza che ci legano gli uni agli altri in un racconto potente, che ha la profondità del romanzo psicologico e il ritmo del thriller. Una storia che indaga il nostro bisogno di essere guardati e fin dove siamo disposti a spingerci per uscire dall'ombra e ottenere amore e riconoscimento.

Felice

Felice

Felice: quando ti battezzano con un nome come questo, il destino è fin da subito una sfida. Ma Felice e i suoi fratelli, Mauro e Richeto, sono troppo piccoli per saperlo. Sanno soltanto che la mamma all'improvviso se n'è andata, lasciandoli alla mercé di un padre incattivito dall'alcol e, a vegliare su di loro, soltanto le cime aguzze delle Dolomiti e una piccola biblioteca di libri che sarà la salvezza di Mauro. L'infanzia trascorre così, in mezzo a una natura che chiede di crescere in fretta, per misurarsi con la roccia e con il vento. Felice si fa grande in un lampo, non ha ancora diciott'anni ed è già alto quasi due metri. Armato soltanto della sua giovinezza, parte per la Germania in cerca di fortuna. Promette ai fratelli che guadagnerà i soldi per comprarsi un bel vestito, che a Mauro porterà un orologio... È il 1968, i giovani si preparano a cambiare il mondo. L'avventura di Felice Corona, invece, finisce sul bordo di una piscina, dove viene trovato morto pochi mesi dopo la sua partenza. A quasi sessant'anni da quel giorno, mentre la notte avvolge la valle del Vajont, Mauro Corona trova il coraggio di misurarsi con questa assenza. Lo fa con la forza della sua scrittura: come i poeti antichi, osa varcare la soglia del regno dei morti per incontrare Felice e affida a lui il compito di raccontare la propria storia. Da un aldilà immaginato come un'immensa solitudine, in cui le anime vagano nel vento, Felice non fa sconti. Costretto, come lo sono i morti, a dire la verità, non risparmia al fratello le parole più dure e sincere, facendogli da specchio in un confronto crudele. Ma al tempo stesso rievoca gesti e memorie nei quali chiunque porti nel cuore la nostalgia per un destino spezzato potrà trovare qualcosa di sé. Ne nasce un libro potente e spietato, ma anche intriso di una dolcezza segreta e di un'addolorata umanità.

Quando Pinocchio non c'era

Quando Pinocchio non c'era

«C’era una volta... “Un re!”, diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo di catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e riscaldare le stanze». È questo, probabilmente, l’incipit più celebre di tutta la nostra letteratura. Ma prima del pezzo di legno, prima di quel C’era una volta, cosa facevano il Gatto e la Volpe? E Mastro Geppetto? Chi era davvero Mangiafoco? E il Grillo Parlante, prima di incontrare Pinocchio, a chi dava i suoi saggi consigli? Questa raccolta di racconti esplora e riscrive le vite di otto personaggi, protagonisti e non, di Le avventure di Pinocchio prima del loro incontro con il burattino. Sono racconti poetici e commoventi, esilaranti e malinconici, che si fermano alla soglia del romanzo collodiano, poco prima dell’ingresso in scena di Pinocchio, e che ci restituiscono la fecondità del testo e la ricchezza dell’esperienza umana. Curata da Antonio Manzini – che firma il racconto sul Gatto e la Volpe –, l’antologia accoglie tra le sue pagine autori e autrici formidabili: Valeria Parrella si interroga sul passato del Grillo Parlante; Fabio Stassi torna a raccontare Mastro Geppetto; Melania Mazzucco è alle prese con la commovente storia della Fatina dai Capelli Turchini; il personaggio di Lucignolo è invece affidato alla penna di Maurizio Maggiani, mentre le vicende di Mangiafoco alla prosa pirotecnica di Remo Rapino; Beatrice Masini si concentra su uno dei personaggi più spaventosi dell’avventura collodiana, il terribile Pescecane; infine Gessica Franco Carlevero si cimenta con le vicende di Mastro Ciliegia, il primo personaggio a notare qualcosa di strano in quel ciocco di legno.

Statistica semplice

Statistica semplice

"Statistica semplice" è un'introduzione semplice e accessibile alla disciplina, pensata La statistica è davvero così difficile come spesso si pensa? E soprattutto: è necessario padroneggiare formule complesse per comprenderla e utilizzarla in modo efficace? Questo volume nasce per dimostrare il contrario. Pensato per studenti e studentesse che si avvicinano per la prima volta ai metodi quantitativi, Statistica semplice offre un percorso chiaro, accessibile e rigoroso attraverso i concetti fondamentali dell’analisi statistica. Senza rinunciare alla precisione scientifica, il libro mette al centro la comprensione della logica che sta dietro ai numeri, spiegando in modo intuitivo come leggere i dati, interpretare i risultati e utilizzare gli strumenti statistici più comuni. Dalle nozioni di base sulle variabili e sui campioni fino all’analisi delle relazioni, delle correlazioni e della regressione, ogni argomento viene affrontato con esempi concreti, esercizi, schemi riassuntivi e riferimenti a casi reali. L’attenzione è rivolta non tanto al calcolo, oggi affidato ai software, quanto alla capacità di comprendere che cosa stiamo osservando, quali domande possiamo porre ai dati e come evitare interpretazioni fuorvianti. Tradotto e adattato per il contesto italiano, il volume si rivolge in particolare a chi studia scienze sociali, politiche, educative, della comunicazione, psicologiche e giuridiche, ma costituisce anche un utile strumento di recupero e consolidamento delle competenze quantitative in altri percorsi universitari. Una guida essenziale per scoprire che la statistica non è soltanto una tecnica, ma un modo per leggere il mondo con maggiore consapevolezza. chi la affronta per la prima volta e, spesso, senza basi matematiche. Il libro, corredato da numerosi esempi e un cospicuo apparato di esercizi, spiega i concetti fondamentali (campione, variabile, causalità) senza formule complesse, mostrando come leggere e interpretare i dati. Il percorso didattico procede gradualmente: dall'analisi univariata fino alle relazioni bivariate e multivariate. Ampio spazio è dato all'interpretazione dei dati, ai limiti delle tecniche, ai problemi di campionamento, alla rappresentatività e agli errori più comuni. Particolare attenzione è dedicata alla visualizzazione: grafici e tabelle sono strumenti per raccontare storie, non solo per mostrare numeri. L'autore insiste sull'importanza di spiegare chiaramente i risultati e collegarli a domande di ricerca e ipotesi causali. Ogni capitolo include esercizi, glossari e box di approfondimento, con riferimenti a dataset aperti e tutorial video per replicare le analisi. Con esempi pratici, esercizi e grafici, lo studente può così procedere dall'analisi di una variabile alle tecniche di correlazione e regressione. L'obiettivo è rendere la statistica non più un arduo ostacolo tecnico ma uno strumento utile per capire il mondo sociale.

La luce del sistema

La luce del sistema

Questa storia comincia a Roma, in un’ambulanza e poi in un ospedale. Comincia con una bambina di venti giorni e sua madre Ivie che sta cercando di salvarle la vita. Ivie è arrivata in Italia come vittima di tratta, ma spera comunque che il Paese in cui è approdata si prenderà cura di lei e di sua figlia: cosa che non avviene. Quella notte infatti ha inizio il suo nuovo calvario. Ma non è il primo. Perché Ivie è stata tradita dai suoi cari e strappata con l’inganno alla sua terra. Minacciata con la forza di una tradizione religiosa usata come un’arma, in Italia ha conosciuto la violenza, la discriminazione, la paura. Ha trovato rifugi temporanei, lavori precari, uomini sbagliati: ha fatto i conti per tanti anni con l’incertezza e ha combattuto per poter dare alle sue figlie una quotidianità serena. Ma ora questa Italia in cui a fatica si è costruita una vita e una famiglia ha deciso di distruggere entrambe. Perché quando la luce del Sistema si accende su di te non puoi più sfuggirle. Maria Grazia Calandrone entra nella storia di Ivie con la sensibilità della scrittrice e la forza della passione civile: con l’evidenza degli atti e delle testimonianze mostra la crudeltà delle incomprensioni culturali, delle violenze di Stato, delle colpevoli omissioni. Racconto e riflessione, asperità e poesia, personale e politico si intrecciano in un libro di straordinaria potenza che è cronaca, narrazione, analisi, denuncia. Un’opera che ci chiama a difendere un’idea di umanità al di là di qualsiasi nazionalità, condizione e differenza.

Le ossa del male

Le ossa del male

In una notte di tempesta, lungo una strada isolata del North Carolina, una donna perde il controllo dell'auto e si schianta contro una quercia. Ancora stordita dall'impatto, tra i rami scorge qualcosa di agghiacciante: il cranio di un animale, avvolto in un brandello di stoffa e decorato con piume e brillantini, inchiodato al tronco come un macabro trofeo. Quando Temperance Brennan arriva sul posto, il suo sguardo attento di antropologa forense riconosce in quel cranio il tassello di un disegno più ampio. Sui tavoli del suo istituto di medicina legale a Charlotte, infatti, da settimane finiscono teschi di animali tutti esibiti con la stessa disturbante precisione. Topi, conigli, fino ad arrivare a un cane. Come se il responsabile stesse procedendo per gradi, scegliendo prede sempre più grandi, sempre più vicine all'uomo. E ben presto accade proprio ciò che Tempe temeva: le nuove vittime sono persone. Appese agli alberi e mutilate, con le teste addobbate secondo il consueto rituale grottesco, portano sulla fronte una firma misteriosa, incisa nella carne. Con l'aiuto dell'ostinato detective Erskine "Skinny" Slidell e di un veterinario forense dal passato doloroso, Tempe dovrà decifrare il messaggio nascosto in quelle messinscene prima di altre morti raccapriccianti. Ma mentre cerca di comprendere i deliri di una mente ossessionata dal controllo e dall'incutere terrore, Temperance si rende conto che l'assassino la osserva da vicino, sta studiando ogni sua mossa. E che il vero bersaglio potrebbe essere qualcuno a lei molto caro. O, forse, addirittura lei stessa.

Madonna di rabbia

Madonna di rabbia

«Considera se è una madre adatta, questa, che desidera separarsi, allontanarsi, invece che fondersi e, abbracciata, abbracciare». Partorire è dividere un corpo da un altro corpo, una violenza che non si chiude mai del tutto. Il desiderio di mantenere una fusione assoluta si contrappone a quello di sparire per sempre. "Madonna di rabbia" è un romanzo che entra in questa ferita aperta, la più antica e la più fatale della specie umana. Soltanto la verità della letteratura, nel suo miscuglio di osceno e sublime, può raccontare quel «regno della follia d'amore» che è la maternità. Lei si chiama Eva, è single e ha una figlia di nove anni, Agata, una bambina difficile; ma in fondo non lo sono tutti i bambini? A volte Eva non riconosce più il confine tra il proprio corpo e quello di Agata. Da un lato soffre l'attaccamento della piccola, dall'altro non accetta che esista separata da lei dopo essere stata per mesi nel suo ventre. Dentro un quaderno raccoglie le storie delle sue «sorelle»: le altre madri che non ce l'hanno fatta, che volevano tradire, abbandonare, e che in certi casi sono scappate via per davvero. Le madri inadatte, come Sylvia Plath, Muriel Spark, Doris Lessing, Nina Simone. Come lei. A scalfire la simbiosi tra Eva e sua figlia sarà l'anziana vicina di casa, la custode di un parco inaccessibile. Ha lunghi capelli grigi, un'aria riservata e severa che tuttavia, con la bambina, si addolcisce. Agata ne è attratta perché la donna le restituisce il calore di una famiglia e, al tempo stesso, le apre le porte di quel giardino incantato che nasconde, e svela, un antico segreto.

Yanez

Yanez

L'ultimo pirata dell'arcipelago malese, il piú fiero e il piú spietato, è morto. I dayachi del Borneo lo chiamavano Sandokan. Il nobile portoghese Yanez de Gomera, suo amico e compagno d'avventure, dopo una lunga vita di scorribande si è ritirato nella quiete della sua piantagione di caffè sull'isola di Celebes. È lí che un giorno, quasi per caso, gli capita tra le mani una copia della Tigre della Malesia di Emilio Salgari. Leggendo, fa una scoperta sbalorditiva: quelle pagine parlano di lui, di Sandokan, di Miss Marianna. Ma raccontano una storia completamente diversa da quella custodita nella sua memoria. Per ristabilire la verità dei fatti, Yanez impugna la penna e nel ricordo torna un'ultima volta a navigare sui mari dell'Indonesia. Fra le tempeste e le battaglie rinasce il mito salgariano, riscritto da chi lo ha vissuto davvero: la rivincita di un personaggio di finzione che si ribella al suo autore, per abbracciarne solo alla fine la sfortunata grandezza. Sandokan è morto, lunga vita a Sandokan. Il suo funerale, celebrato su una spiaggia di Mompracem, è stato solenne e spettacolare, degno del pirata piú carismatico dell'arcipelago indonesiano. A descriverlo, in una lettera rivolta a Julius Anton Donath, l'editore del ciclo della Malesia di Emilio Salgari, è il vero marchese Yanez de Gomera: ha letto il primo romanzo della serie e lamenta la presenza di un personaggio che porta il suo stesso nome - ma è molto, troppo diverso dallo Yanez originale. Cosa fare, allora, se non prendere carta e penna e raccontare la sua storia per com'è andata realmente? Prendono forma cosí le vicende picaresche di un giovane nobiluomo irrequieto, che lascia il Portogallo per sete di avventura e s'imbarca alla volta dell'Indonesia: esplora isole selvagge, incontra mercanti d'oppio e sultani capricciosi, s'inoltra in foreste popolate da tagliatori di teste, s'imbatte in personaggi di ogni risma, diventa amico di Sir James Brooke, il rajah bianco del Sarawak, e avvia un fiorente commercio di caffè sull'altopiano Toraja dell'isola di Celebes. Un lungo viaggio segnato dall'incontro decisivo con Sandokan, il potente principe bornese privato del suo regno, l'ultimo pirata ad arrendersi ai colonizzatori inglesi nei mari tempestosi della Malesia. Ma non solo: nell'imperversare di battaglie, agguati, spedizioni, abbordaggi e scorrerie, a poco a poco cresce il desiderio tra Yanez e Miss Marianna Guillonk, inafferrabile e misteriosa, per la quale il narratore prova un amore tanto febbrile da assomigliare alla devozione. In un trascinante cortocircuito tra l'affresco storico e la reinvenzione narrativa di un classico, Luigi Guarnieri ci regala un intrepido gioco letterario, un omaggio raffinato al romanzo d'avventura e al genio dello sventurato capitano Emilio Salgari, che rivive nelle ultime pagine di questo libro riscattando la figura di uno scrittore sfruttato e frainteso, ma capace di creare interi universi dalla sua casetta torinese in riva al Po.

I tre delitti dei miei amici

I tre delitti dei miei amici

All'incrocio tra reportage, cronaca nera e quello che oggi chiameremmo autofiction,I tre delitti dei miei amici rappresenta un unicum nella produzione narrativa di Simenon. Il quale insistette non poco affinché il sottotitolo «Storia vera» comparisse sul frontespizio del volume, pubblicato nel 1938 da Gallimard (che invece, per tutelarsi da guai giudiziari, preferì spacciarlo per un romanzo), dove aveva raccolto gli articoli commissionatigli un anno prima dal settimanale «Confessions», sempre alla ricerca di vicende sensazionali e possibilmente torbide. E torbidi lo erano davvero, i trefaits divers i cui protagonisti lo stesso Simenon aveva frequentato a Liegi nel corso della sua giovinezza: il suicidio del pittore Joseph Kleine sotto il portico della chiesa di Saint-Pholien; l'assassinio per mano di Ferdinand Deblauwe del ballerino di locali notturni Carlos de Tejada; e il triplice omicidio a opera di Hyacinthe Dans dell'amante, della madre e del suo ex confessore. Tre naufragi esistenziali che Simenon vede quasi come un'immagine rovesciata del proprio percorso di affermazione e di successo – tanto più nella consapevolezza di aver sfiorato egli stesso la tentazione, o il rischio, della perdizione, e chiedendosi ogni volta: perché loro e non io? Del resto, descrivere la discesa agli inferi di molti dei suoi personaggi romanzeschi sarà anche un modo per mettere in scena, e al tempo stesso esorcizzare, le sue paure e le sue ossessioni più profonde.

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